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mercoledì 10 maggio 2023

"Malanotte" di Taddei e La Came (Coconino Press) – Intervista alla disegnatrice








MK- Un mesetto fa sono stata alla presentazione biscegliese di "Malanotte", graphic novel – scritta da Marco Taddei e disegnata da La Came – pubblicata da Coconino Press in partnership con Fandango: nei credits si legge che il fumetto è ispirato a "Pantafa", un film di Emanuele Scaringi, ma in realtà la graphic novel ha avuto una gestazione quasi indipendente dalla pellicola (tra l'altro davvero ben girata); com'è andata?

LC - In pratica abbiamo fatto il fumetto prima che il film fosse pronto, avevamo ben poco a cui ispirarci: qualche scatto del paese dove era ambientato il film – Malanotte (un paese immaginario), e qualche nozione folkloristica sulla figura della Pantafa. Avere così pochi indizi è stata la nostra fortuna: scrivere il prequel di qualcosa che ancora non esiste, ha permesso a me e Marco di iniziare un progetto da zero, senza essere influenzati da un’opera esistente, di conseguenza ho potuto disegnare questa storia con grande libertà. Quando abbiamo consegnato il fumetto, a settembre dello scorso anno, abbiamo avuto la possibilità di vedere un pre-montato del film. È stato sorprendente costatare come film e fumetto sembrino ambientati nello stesso paese, e come la spettrale presenza della Pantafa abbia lo stesso impatto inquietante! Temi e trama sono totalmente indipendenti e non precludono la godibilità del fumetto o del film.

MK - La Pantafa è uno spirito inquieto, un'ombra, un ricordo distorto, un'anima in cerca di vendetta, è paura atavica; ha un nome diverso in ogni regione, che talvolta cambia di paesino in paesino. A Bisceglie, in Puglia, la chiamiamo Malombra, ed è la versione "femminile" dell'uomo nero. Avete avuto modo di scoprire nuove storie che la riguardano nel tour di presentazioni di "Malanotte"?

LC - Per ora le scoperte più interessanti e pertinenti le abbiamo fatte spingendoci a Sud. Qua in Toscana, per esempio, bisogna sempre spiegare da zero cosa sia la Pantafa; non esiste un corrispettivo nell’immaginario comune. In una presentazione abruzzese, uno dei moderatori era un super nerd del folklore locale: non riusciva a capacitarsi di come io sia riuscita a rendere così bene l’idea di uno spettro che non fa parte della mia cultura. Penso di avergli risposto che adesso mi è più complicato addormentarmi la sera...

MK - Il genere horror si ama o si aggira. A Bisceglie ci hai raccontato di averne timore... Disegnare ambientazioni cupe, evocative e inquietanti ti ha impressionata? Hai mai avuto paura delle tue stesse atmosfere da incubo?

LC - Spesso mi sono trovata nella situazione di dover ampliare il mio immaginario, e l’ho fatto aggiungendo scalini che si sono addentrati nelle mie di paure scendendo sempre più in profondità. In "Malanotte" si parla di argomenti più pericolosi degli spettri perché più vicini a ognuno di noi: l’emarginazione, la discriminazione, il rancore, la follia. Disegnare alcune delle scene che sono in questo libro mi ha fatto risuonare qualcosa dentro, come se certi soprusi li avessi vissuti sulla mia pelle.

MK - "Malanotte" ricalca un paesino reale, e la tua ricostruzione è davvero impressionante: i suoi abitanti sanno che le loro case, i vicoli, il cimitero e tutto il resto sono diventati la location di una graphic novel?

LC - Ahahah, no! Non ne sanno niente, e forse non lo scopriranno mai! Anche perché, a parte alcuni angoli di Roccacasale – si chiama così il paesino dei nonni di Marco – che ho ricalcato pari pari e magari sono riconoscibili, il resto è un lavoro certosino di taglia e cuci di foto di paesi diversi, vicoli immaginari, cimiteri che prendono ispirazione da uno scatto per diventare qualcosa di completamente nuovo una volta che la tavola a fumetti è finita. Le reference fotografiche sono un nucleo fondamentale dal quale partire; senza, per me sarebbe stato impossibile immergermi nella quotidianità di un paesino fra le montagne abruzzesi.

MK - "Malanotte" non è a colori, ma non si può dire che sia in bianco e nero, perché i tuoi grigi rappresentano un ricco ed efficacissimo arcobaleno macabro capace di trasportare i lettori in quelle vie, davanti a quelle facce. Quali sono i tuoi strumenti? Cambi registro ogni volta per raggiungere obiettivi differenti?

LC - Cambio stile per ogni storia che illustro. Penso che questo sia dettato dal bisogno di mettere i disegni al servizio della storia e non viceversa. Una volta letta la sceneggiatura di "Malanotte", l'ho immaginata subito in bianco e nero: scene di quotidianità immerse nella luce e improvvise tenebre spaventose. L’aggiunta del grigio è arrivata dopo per motivi di leggibilità delle tavole a fumetti: il mezzo tono mi ha permesso di rendere ancora più comprensibili le atmosfere sia in luce che in ombra. Le tavole sono disegnate interamente in digitale, ma con strumenti che simulano le penne, i pennelli e il carboncino che uso nei bozzetti; un pannello sottile per le linee e un carboncino per i neri. Ho sempre sostenuto che un bianco e nero fatto bene, non ti fa sentire la mancanza dei colori. Mi piacerebbe sapere da chi leggerà questo libro, se ci sono riuscita o meno.

lunedì 10 gennaio 2022

Pubblica con noi



“Pubblica con noi” 

“Hai un manoscritto nel cassetto?” 

“Cerchiamo nuovi autori”


Sui social e in rete circolano tantissime grafiche, più o meno accattivanti, che fanno luccicare gli occhi alle/agli esordienti: attenzione! Macchine da scrivere d’antan, piume d’oca intinte in calamai vintage e panorami aspirazionali il più delle volte sono specchietti per allodole.


Ne ho scelto e modificato uno ics per parlare di un concetto semplicissimo: scrivere non è un HOBBY, è un mestiere. Spesso originale, sovra o sottostimato, creativo, marchettaro, modaiolo ma pur sempre un lavoro, e come tale va rispettato, almeno quanto gli altri. Ça va sans dire, si deve ricevere un compenso a fine corsa.


Cosa c’è di tanto tanto sbagliato nelle politiche  aziendali degli editorucoli da strapazzo?


1. Dare per scontato che se una/un esordiente ha un racconto/romanzo/progetto nel cassetto sia disposto a pagare pur di veder pubblicata la sua opera. Scrivere bianco su paesaggio che l’invio e l’eventuale selezione è GRATIS, implica il dato di fatto che QUESTO editore non si fa pagare, ma che la prassi/normalità lo preveda. 


2. Sperare che una/un esordiente “ringrazi e vada avanti” sottoscrivendo un contratto di cessione (talvolta parziale) di diritti d’Autore, ricevendo al posto di un pagamento anche irrisorio ma reale – in genere diritti d’Autore anticipati – uno “sconto Autore” per poter acquistare copie del SUO romanzo/antologia/silloge a un prezzo conveniente. Capite bene che, a conti fatti, la differenza fra queste CE e le EAP è davvero minima. 


3. Approfittare dell’inesperienza delle/degli esordienti, che purtroppo ignorano il passo successivo: una volta pubblicato – magari senza editing e con una copertina pietosa – il loro romanzo/racconto/poesia non sarà pubblicizzato (se non dall’Autrice/Autore sui suoi canali), non sarà distribuito nelle librerie (se non dall’Autrice/Autore nella libreria sotto casa) e, nel caso vendesse qualche copia, l’esordiente non beccherà un centesimo di royalties poiché ha ceduto il suo diritto d'Autore all’editore in compensazione delle spese di produzione supportate da quest'ultimo.


Come dovrebbe andare allora?


Una CE seria legge i manoscritti gratis, sceglie quelli sui quali desidera investire del denaro (perché li ritiene validi o perché pensa possano vendere: fatti suoi), e chiede all’Autrice/Autore di lavorare insieme all’editing finché il romanzo/racconto/poesia non è pronto per andare in stampa e raggiungere le librerie nella tiratura che la CE ritiene proficua. A fine lavori, l’Autrice/Autore riceve un contratto con una scadenza relativamente breve (5 anni sono sufficienti a stabilire se la collaborazione fra le parti ha soddisfatto tutti) e, se non ha ricevuto diritti d’Autore anticipati, aspetta all’incirca un anno per ricevere la rendicontazione delle royalties e fatturare quanto gli spetta. Normalmente dal 6 al 10% sul titolo di copertina. Tasse escluse.


“Non puoi pensare di vivere di editoria in Italia” 

“Di cultura (e di diritti d’Autore) non si campa”

“Devi fare almeno un altro lavoro”

“Ho troppe spese, ti pagherò quando avrò recuperato le uscite”


Se una CE ti dice una qualsiasi fra queste frasi, mollala: pochissimi editori fanno ANCHE un altro lavoro, anche se molti di loro dovrebbero cercarsene uno che non li faccia sembrare magnaccia: chi non ha soldi da investire sull’editoria di qualità e si barcamena spiumando le/gli esordienti dovrebbe chiudere baracca.





lunedì 18 gennaio 2021

"Vardø Dopo la tempesta": intervista a Laura Prandino

Laura Prandino ha tradotto per Neri Pozza Editore un romanzo potente e doloroso, Vardø Dopo la tempesta, della scrittrice inglese Kiran Millwood Hargrave. Secondo il Publisher Weekly, il romanzo della Millwood – che trae ispirazione dai processi alle streghe nel Finnmark del 1620 – «getta luce su uno spaventoso spaccato di storia, raccontando la brutale sottomissione delle donne, la superstizione che aleggia nei luoghi isolati e le atrocità compiute in nome della religione». Sono rimasta estremamente affascinata dall’eleganza del testo: nonostante un intreccio ricco di situazioni a tratti scabrose, spesso estreme e sempre aliene alla nostra cultura e al nostro retaggio, la prosa non trascende mai, piuttosto irretisce e “strega” il lettore senza concedergli pause, se non per un sospiro, difficilmente di sollievo. Ho contattato Laura non appena ho terminato la lettura di Vardø Dopo la tempesta per farle i miei complimenti: credo che, in generale, il lavoro di traduzione sia immensamente complesso, non solo perché richiede la padronanza completa di un’altra lingua, ma perché, quando è così ben gestito, contribuisce alla riuscita di un testo e alla sua comprensione più sottile, sfiorando il ruolo dell’autore senza prevaricarlo mai.



MK: Che rapporto hai con la Millwood? Vi siete confrontate durante la traduzione del suo romanzo oppure ti sei interfacciata solo con la redazione della casa editrice italiana?

LAURA: Non conosco di persona la Millwood e non mi sono mai messa in contatto con lei durante il lavoro, anche se mi ero procurata i suoi contatti casomai ne avessi avuto bisogno. Se possibile, e a parte qualche raro caso, preferisco non avere scambi diretti con gli autori, tranne quando trovo magari un’incongruenza da correggere, un errore fattuale, o comunque qualche motivo molto specifico per cui è necessario un confronto diretto prima di decidere come intervenire. In questo caso non ce n’è stato bisogno. Sono dell’opinione (personalissima, altri traduttori preferiscono comunicare anche con gli autori) che il mio lavoro sia legato esclusivamente a ciò che l’opera dice o non dice, al testo in sé più che al suo autore, e che il mio rapporto con il romanzo dovrebbe essere quanto più vicino possibile a quello che ha un lettore. Contattare l’autore lo trovo sempre vagamente imbarazzante, mi sembra un po’ come dirgli: «Guarda, qui non ti sei spiegato bene, non si capisce cosa vuoi dire, chiarisci meglio». È lo stesso motivo che mi porta ad affrontare la traduzione senza aver prima letto per intero il libro, perché vorrei che il mio atteggiamento nei confronti del testo fosse quello di un lettore (un lettore molto pignolo) che lo affronta per la prima volta, senza sapere cosa viene dopo. Certo, nelle fasi successive dovrò tornare indietro se e dove necessario, rileggere e rimodulare certi passaggi in base a quello che scopro procedendo nel lavoro (ci sono magari espressioni che vanno tradotte in un certo modo perché in un passo successivo vengono riprese con uno scopo particolare, personaggi e situazioni che vanno descritti con certi termini e non altri in funzione degli sviluppi del racconto), ma spero di conservare così la freschezza dello sguardo di chi “scopre” la storia mentre la legge.

MK: Pensi che l’affinità fra chi scrive e chi traduce cresca con il tempo oppure l’empatia è una sorta di colpo di fulmine? Ti è mai capitato di lavorare su testi lontani dai tuoi gusti letterari? Quant’è rilevante per te essere in sintonia con la poetica di un autore o di un’autrice?

LAURA: Direi che all’inizio della carriera l’empatia con l’autore è molto importante, si cerca se possibile di tradurre quello che si vorrebbe leggere. Quindi si evita di tradurre, per esempio, la fantascienza se non si legge fantascienza, o il romanzo storico se è un genere che non si ama: si cerca cioè un tipo di scrittura che ci somigli in qualche modo. Ma con l’andare del tempo e con l’affinarsi degli strumenti di lavoro si comincia ad apprezzare anche la sfida, la possibilità di mettersi alla prova su testi diversi da quelli che avremmo scelto come lettori. E allora il discrimine diventa piuttosto la “buona” scrittura. Per quanto possa essere impegnativo o lontano dai nostri interessi o addirittura dalle nostre convinzioni etiche e/o politiche, diventa più soddisfacente tradurre un libro scritto “bene” (inteso come livello stilistico, tenuta e costruzione della storia, musicalità del testo, capacità di attirarci nel proprio mondo), nonostante la storia in sé o le sue implicazioni non abbiano alcuna affinità con noi. Anche per questo non mi sono mai soffermata su qualche genere particolare; quello che mi soddisfa come traduttore è un libro che abbia la forza necessaria per essere lui a guidare la traduzione, che abbia una “sua” voce che sta a me scoprire e rendere al meglio possibile in italiano.

MK: In Vardø Dopo la tempesta non ci sono ripetizioni, c’è un sapiente uso del linguaggio, della sintassi e dei sinonimi, e nonostante i tanti termini volutamente non tradotti dal norvegese, il testo risulta sempre ben comprensibile pur con pochissime note a piè di pagina: quanto margine ha, rispetto al testo originale, chi traduce un romanzo?

LAURA: Vardø ha una sua voce ben distinta, una sua costruzione salda e una sua armonia interna, che hanno reso molto più semplice il mio lavoro. Certe traduzioni cedono a volte alla tentazione di voler spiegare più del dovuto, di aggiungere un livello quasi didascalico a favore di un lettore italiano ritenuto forse pigro, se non peggio. Per quanto mi riguarda – e per fortuna questo vale anche per le redazioni e i revisori con cui lavoro di solito – ho una profonda stima di chi legge, e sono convinta che se l’autore non ha ritenuto di dover tradurre o spiegare ulteriormente termini o concetti che anche per i “suoi” lettori sono ostici, o in un’altra lingua, non vedo perché io dovrei avere minore considerazione per i lettori italiani. È uno degli aspetti dei libri scritti “bene” di cui parlavo prima: non c’è bisogno di aggiungere o spiegare, il testo si spiega e si regge da sé. Altro elemento molto importante e spesso trascurato del lavoro di traduzione è il prezioso contributo di un revisore attento e capace, che rileggendo la traduzione con sguardo “fresco” è in grado di scovare eventuali magagne, ripetizioni, inciampi sintattici che inevitabilmente sfuggono lavorando a lungo su un testo. Quando poi, come in questo caso, a occuparsi della revisione è una bravissima professionista con cui ho già collaborato altre volte, ci sono anche fruttuosi momenti di confronto in cui si studia insieme come risolvere un giro di frase particolarmente complesso da rendere in italiano, o quale soluzione è più adatto a conservare un’ambiguità presente nell’originale. Lavorare con un buon revisore e con una buona redazione alle spalle è sempre un valore aggiunto di grande importanza.

MK: Quanto tempo ci hai impiagato a tradurre Vardø Dopo la tempesta? Quante le revisioni e le riletture? Lavori da sola o ti avvali di qualche collaboratore?

LAURA: Diciamo quattro mesi circa per la traduzione, e poi un’altra quindicina di giorni di lavoro con la revisora. D’abitudine preferisco lavorare da sola, sia per la traduzione sia per le ricerche (terminologiche, storiche, geografiche, ecc.) che accompagnano ogni traduzione. Qualche volta ho lavorato anche a quattro mani con una collega, ma in generale preferisco tradurre da sola. Mentre invece è altamente apprezzato il successivo contributo del buon revisore di cui si parlava prima, la cui dote migliore è la capacità di intervenire se e dove necessario, ma senza stravolgere l’impianto del lavoro di traduzione e meno che mai la “voce dell’originale: praticamente un doppio salto mortale. I passaggi di lavorazione sono più o meno questi: traduzione dell’intero romanzo in una prima stesura durante la quale cerco di risolvere fin da subito eventuali dubbi o ricerche storiche, terminologiche, ecc. O almeno questo è il mio modo di lavorare: so che altri colleghi preferiscono invece fare una prima versione di getto più “grezza”, lasciando in sospeso i vari dubbi per tornarci sopra in seguito; ognuno ha il proprio sistema di lavoro preferito. Poi rilettura con testo originale a fronte, per correggere eventuali errori, passaggi “saltati” (è facile perdersi per strada qualche frase o qualche dialogo), ripetizioni o errori marchiani di interpretazione che possono sempre sfuggire per disattenzione o stanchezza (ricordo di aver passato una buona mezz’ora a chiedermi cosa c’entrava a un certo punto una vedova – widow – che pareva uscita dal nulla, solo per rendermi conto dopo aver riletto non so quante volte la stessa frase che era invece una banalissima finestra – window – , tanto per fare un esempio cretino), limatura di frasi un po’ zoppicanti o troppo contorte. Quindi una nuova rilettura del solo italiano, per verificare che il tutto “scorra” bene (o risulti invece disturbante se così è in originale: c’è sempre il rischio di normalizzare quello che per scelta dell’autore non vuole e non deve essere normale), che non ci siano calchi sintattici, costruzioni troppo legate alla struttura dell’inglese ma poco naturali in italiano (esempio banale, tanto per rendere l’idea: dove in inglese si dice “il mio nome è X”, un italiano direbbe normalmente “mi chiamo X”) e soprattutto che descrizioni, dialoghi, personaggi riescano a evocare in italiano le stesse atmosfere dell’originale. A questo punto il tutto passa al revisore, che a sua volta legge e verifica la corrispondenza con l’originale, segnala eventuali errori e incongruenze sui quali ci si confronta e si decide la soluzione più opportuna, caso per caso, quindi vengono inserite le correzioni e modifiche concordate, e c’è una nuova rilettura sul testo impaginato, per “scovare” eventuali refusi o ulteriori magagne (correggere una parola significa spesso dover ricostruire una frase perché se ne modifica l’equilibrio, o rintracciare le altre occorrenze di quel termine/frase nel resto del libro e correggere di conseguenza, oppure si decide che va cambiato un tempo verbale e allora vanno verificate tutte le concordanze: un lavoro abbastanza certosino di coerenza interna). Poi il tutto viene impaginato e nuovamente riletto.

MK: Rispetto a chi scrive, chi traduce passa perlopiù inosservato, fatta eccezione per gli addetti ai lavori, seppur con preziose eccezioni: personalmente sono convinta che una buona traduzione sia la sola chance di successo per un libro straniero. Ti è mai capitato di leggere un ottimo libro nella sua versione originale e di detestarlo leggendone poi la sua trasposizione in italiano?

LAURA: Mi succede piuttosto il contrario, che è anche la maledizione del traduttore: difficile godersi la lettura di un libro tradotto senza “cercare” in trasparenza l’originale che c’è dietro. Mi è perciò capitato di iniziare a leggere (difficilmente riesco a finirli) alcuni libri che trovavo sintatticamente faticosi, oppure con un italiano piatto e noioso, magari di autori celebrati all’estero, per poi scoprire che la lingua originale era tutt’altro che banale. Oppure, di fronte a frasi che in italiano mi risultano faticose da leggere, mi sorprendo a chiedermi se lo fossero anche in originale. Oltre alla dimestichezza con entrambe le lingue di lavoro (e quindi con le espressioni idiomatiche, i riferimenti culturali, l’immaginario di ciascuna cultura) per un traduttore è necessaria una capacità di scrittura che vada oltre la “tecnica” pura e semplice, e che gli permetta non solo di interpretare al meglio la voce dell’autore, ma anche di non sovrapporle la propria. Sono in pratica le stesse qualità richieste a un buon interprete musicale: saper interpretare al meglio della propria personalità lo spartito, sfruttando tutte le capacità dello strumento e le proprie, ma rispettando sempre la composizione originale.

MK: Avere la possibilità di leggere in più lingue lo stesso testo e di amarlo in più versioni è una grande fortuna per i madrelingua e un enorme traguardo per chi ha scelto e imparato ad amare una seconda lingua: tu leggi più originali o traduzioni?

LAURA: Direi un salomonico metà e metà. Leggo ovviamente in traduzione la marea di libri scritti in lingue che non conosco (vale a dire buona parte della letteratura mondiale). Leggo traduzioni di colleghi che stimo perché mi fido del loro lavoro, perché mi incantano certe loro soluzioni, perché mi offrono stimoli e mi aiutano ad affinare i miei strumenti di lavoro. Leggo in originale, più che altro in inglese, per sentire le diverse voci dei vari autori e apprezzare i loro strumenti espressivi, e amo particolarmente quelli che fanno un uso creativo della lingua o per i quali l’inglese non è la lingua madre o l’unica lingua, perché mi sembra che riescano a sfruttarne ancora di più le potenzialità. Conosco abbastanza bene lo spagnolo e molto meno il francese, ma sinceramente nessuna delle due al punto di potermi godere appieno le finezze di stile, quindi preferisco se possibile leggere in (buone) traduzioni, salvo andare poi a spulciare gli originali se e quando qualcosa non mi convince...

MK: Se potessi scegliere un autore o un’autrice – anche pescando fra personalità letterarie del passato – chi ti piacerebbe tradurre o ritradurre? C’è un testo che ami particolarmente?

LAURA: Amo i classici come lettrice ma non li vorrei tradurre o ritradurre. Mi mettono un po’ in soggezione e richiedono una grande lavoro di preparazione contestuale: mi mancherebbe inoltre quell’aspetto di “scoperta” di un testo che per me è importante. Preferisco quindi dedicarmi ad altro. Mi diverte molto tradurre testi ironici o umoristici perché lì, oltre alle normali sfide della traduzione, bisogna riuscire a far scattare l’umorismo anche in italiano, impresa non sempre facile. Mi sono molto divertita a tradurre Gerald Durrell (Il giardino degli dei) e, per farlo, a rileggere con grande attenzione La mia famiglia e altri animali nella vecchia ma sempre piacevole traduzione di Adriana Motti. Ma in generale preferisco affrontare ogni volta qualcosa di nuovo, di diverso e magari di inaspettato. La traduzione mi ha permesso di scoprire autori che forse non avrei mai letto, alcuni li ho “sopportati” e altri li ho amati molto, e queste scoperte sono in fondo uno dei lati migliori del lavoro.

giovedì 17 dicembre 2020

Giulia – Infermiera dal 2013

 


Giulia è di Bisceglie, ma vive a Bologna da tanti anni, ed è infermiera dal 2013. 

Mi sembra passato un giorno dalla sua laurea: ricordo molto bene la sua tensione, l’attesa, gli amici, e poi i fiori e i brindisi. Da quel giorno felice, invece, sono cambiate tante cose. Il lavoro di Giulia, per esempio, che con il tempo ha diversificato utenti, ha conseguito un master, ha scalato la graduatoria, ha cambiato indirizzo e infine lavoro: dopo due anni con gli anziani di ASP Bologna e altri quattro assistendo in residenza persone con disturbi alimentari è approdata al Rizzoli. Lavoro duro, ma lei è sempre stata una dura. Poi è arrivato il 2020. Da marzo in avanti, Giulia è stata “arruolata” in diversi ospedali bolognesi – il Bellaria, il Maggiore C.A. Pizzardi e il Sant’Orsola. La prima ondata e la seconda hanno coinvolto una percentuale enorme del personale infermieristico nei reparti di intensiva, e Giulia è sempre stata in prima linea. 


MK – Come hai vissuto il tuo primo giorno di pandemia? Che cosa è accaduto nelle corsie del Rizzoli? 


GIULIA – Paura, ansia e agitazione! Essendo molto esposti, io e miei colleghi ci siamo molto preoccupati per la nostra salute: i pazienti arrivavano da tutta Italia, molti per operarsi, la provenienza, e successivamente il colore della zona d’arrivo, non hanno mai avuto importanza. Quando la pandemia è stata conclamata, a inizio turno ci si confrontava fra colleghi per provare a prendere coscienza del reale pericolo; poi, inquadrata la situazione, abbiamo stabilito il comportamento più adeguato da adottare sempre: mascherine, distanziamento e continua attenzione alla disinfezione degli spazi. 



MK
– Qual è stata l’esperienza più intensa che hai vissuto durante la prima ondata? 


GIULIA – Sicuramente in degenza, alla fine dell’incarico. All’inizio di maggio è arrivato in reparto un nonnino ricoverato dal Pronto Soccorso perché era uscito di casa e si era perso. Non sapeva più tornare a casa. Aveva l’Alzheimer o comunque la demenza senile. È stato raccolto per la strada e portato al PS dove è risultato positivo al Covid-19. Successivamente è stato identificato e si è scoperto che sua moglie era morta di Covid due settimane prima, mentre entrambi i suoi figli erano ricoverati nei reparti Covid del Bellaria. Era solo e disorientato…



MK – L ’estate scorsa sei scesa a Bisceglie. Abbiamo evitato i nostri abbracci, ci siamo mantenute a distanza, abbiamo chiacchierato con la mascherina nei luoghi chiusi, ma ci siamo viste, siamo andate al mare, abbiamo mangiato insieme e abbiamo fatto qualche mini gita in Puglia: credi che la seconda ondata sia attribuibile agli spostamenti estivi, e se no, quale pensi sia stata la causa della evidente ricaduta iniziata a ottobre? 


GIULIA – Credo sia stata sottovalutata la gravità della situazione. Ci hanno dato la possibilità di spostarci, di uscire, e di autodeterminarsi. Purtroppo, non tutti hanno seguito le norme anti-contagio e, già a ottobre, abbiamo pagato tutti le conseguenze del poco senso di responsabilità di alcuni.


MK – Cosa significa lavorare in reparti di intensiva Covid-19? 


GIULIA – Significa un grande carico mentale. Occorre rimanere sempre concentrati sul modo giusto di vestirsi e svestirsi per non contagiarsi, anche fra colleghi. Significa un grande impegno professionale per la complessità dell’assistenza al paziente, ma anche collaborazione e confronto continuo con il personale medico. Significa assistere all’ultima telefonata di un padre alla figlia prima di essere intubato. A casa cerco di riposare e di rilassarmi il più possibile perché i turni sono estenuanti, non c’è mai una pausa, i ricoveri ci sono sempre, un posto letto non resta mai vuoto per più di qualche ora.



MK – Com’è cambiata la tua vita a Bologna? 


GIULIA – Pochissima vita sociale e tantissimo lavoro! Non che prima lavorassi poco (ride), ma uscire con le amiche, andare ai concerti e spostarsi per il weekend erano le mie valvole di decompressione.


MK – Come giudichi le tue attuali prestazioni professionali e quelle dei tuoi colleghi? Pensi che il limite di sopportazione e di stanchezza sia già stato raggiunto? 


GIULIA – C’è tanta stanchezza, sia mentale che fisica. Io sono arrivata come unità di aiuto a metà novembre, ma alcuni colleghi che ho conosciuto durante questa esperienza stanno lavorando a pieno ritmo: fanno doppi turni e saltano i riposi, da mesi ormai. Siamo al limite. Nell’ultima settimana sembra che la situazione sia leggermente migliorata: si lavora con più calma ma come ho già detto, i letti non restano vuoti abbastanza a lungo.



MK – Il Natale è alle porte. Qual è la profilassi da seguire per i “fuori sede” che hanno deciso di passare le feste con i propri parenti partendo prima e dopo il periodo di divieto? È possibile ricongiungersi alle proprie famiglie in sicurezza? 


GIULIA – Sarebbe opportuno fare un tampone prima di partire per essere più tranquilli, ma la sicurezza di non rappresentare un veicolo di contagio non c’è. È possibile ricongiungersi ma non riabbracciarsi. Non ancora.



MK – Il 2021 porterà con sé i vaccini: facendo parte del personale di assistenza medica, tu sarai fra i primi a beneficiarne, giusto? Vi hanno già spiegato come si svolgerà il tutto? 


GIULIA – Giusto. Ci è arrivato proprio in questi giorni un modulo da compilare per programmare le agende di prenotazione e trasporto del vaccino contro Sars Covid-2 (nome scientifico di Covid-19). Su base volontaria chi vuole può vaccinarsi secondo una programmazione. 


MK – Che cosa vorresti dire a chi non crede nel virus, a chi ancora pensa che sia “solo” un’influenza, e a chi si ostina a non indossare la mascherina e non rispetta il distanziamento sociale? 


GIULIA – Vorrei far fare loro un giro in terapia intensiva per far vedere loro quanto questo virus sia reale e quanta sofferenza provochi al paziente e alla sua famiglia, quanto sia ingiusto morire da soli, senza avere la possibilità di un ultimo saluto ai propri affetti.


sabato 31 ottobre 2020

La regina di Halloween


C'era una volta un re, diranno i miei piccoli lettori. No, c'era una volta una regina, ed era nera e famelica, anche all'inizio di questa storia.

Prima di diventare regina si chiamava semplicemente Pece ed era una volpina talmente minuscola che doveva fare attenzione ai falchetti che spesso e volentieri la scambiavano per un succulento leprotto nero. Ma gli uccelli rapaci non erano i soli ad avere le idee confuse sulla volpina, e tutti i predatori se la volevano pappare.

In città non ci sono falchetti o altri predatori, direte voi. Esatto, ma Pece viveva in campagna con una famiglia umana che le voleva bene e Petrus, un meticcio gigante, con le orecchie da pipistrello e un olfatto da segugio. In campagna si sa, ci sono falchi, serpentelli, faine e ratti. E i ratti non sentono ragioni. 

Qualche tempo prima, il fattore della campagna vicina aveva sparpagliato golose bustine azzurre negli anfratti della sua proprietà. Quei sacchettini misteriosi profumavano di emmental e camembert, di taleggio e di mascarpone, di parmigiano e scamorza: era impossibile resistergli. Il re e la regina dei ratti non potevano sapere che quei fagottini odorosi erano anche velenosi, e ne portarono una grande scorta nelle infinite dispense dei topi i quali ne mangiarono e ne morirono in grande numero, reali inclusi.

- Abbiamo subito bisogno di una nuova regnante - disse un giorno il governatore dei ratti che non era mai stato bravo a dare ordini.

- Perché? - gli chiesero. 

- Perché domani è Halloween e le vie della città saranno piene di dolcetti cascati in terra, di carte di caramelle farcite di granelli di zucchero, di scaglie di cioccolata al latte e di torroncini sbriciolati: ci serve qualcuno che coordini i turni, che decida come allestire la dispensa e che punisca gli avidi. Era capitato, infatti, che alcuni ratti rubacchiassero per loro stessi invece che per la comunità. Pazzesco.

- E dove la troviamo una nuova regina? - chiesero i topi al governatore.

- Lo vedrete! - rise il rattone.

Fu così che i topi rapirono Pece, e lo fecero in modo talmente fulmineo, silenzioso e professionale che nemmeno il super udito di Petrus li sentì quando zampettarono dentro casa dalla finestra, innalzarono la volpina addormentata e se la portarono via, sparendo nei meandri del loro mondo sotterraneo.

Quando si svegliò, Pece non poteva credere di essere stata rapita dai topi: non si era mai accorta di avere il sonno così pesante! Era arrabbiata, certo, ma era anche stata eletta regina, e quale femmina non sogna di diventare reginetta? Pece no di certo, ma sapeva che i ratti avrebbero creduto a quella sciocchezza. Sì, i ratti credono a ogni fandonia, non lo sapevi? La volpina ne avrebbe approfittato per escogitare un piano di fuga, e pazienza se ci avrebbe messo del tempo. In realtà, dopo mezza giornata passata nel sottosuolo, Pece aveva già perso la pazienza: là sotto era una vera noia. La volpina aveva bisogno del sole, aveva nostalgia delle lucertole che inseguiva, voleva correre e scavare, aveva sete e fame... dare ordini era stato impegnativo, i ratti se ne erano andati in città e il suo stomaco gorgogliava. Avrebbe forse dovuto mangiarsi un topolino? 

Chissà che sapore hanno, si chiese leccandosi i baffetti.

Nel frattempo, Petrus, il cane color crema, cercava la sua amica di scorribande e leccatine: senza Pece, dare la caccia alle serpi e terrorizzare le tortore era molto meno divertente. E così, senza perdersi in ulteriori annusate, Petrus iniziò a scavare. Scelse un punto qualsiasi perché l'odore della volpina era su tutti i cespugli, sulle ruote del trattore e delle biciclette e fra i gerani in fiore: Pece faceva la pipì proprio dappertutto!

Il cane dalle enormi orecchie appuntite si diede da fare per tutto il giorno, e quando il sole tramontò e la luna fu alta nel cielo aveva scavato un tunnel di oltre cento metri. A un certo punto, quando iniziava a temere di essersi perso, il terreno sotto le sue zampe da cervo crollò e si ritrovò nel covo dei ratti, proprio davanti al trono reale.

- Petrus! - abbaiò Pece. - Come hai fatto a trovarmi? 

- Ho scavato.

- Avrai fame. Posso offrirti un topo? Ci sono solo i piccoli, i grandi sono via per lavoro.

- Io mangio solo croccantini inumiditi con quattro cucchiai di paté di carne, ma non di ratto, credo. I topi mi fanno schifo perché portano le malattie.

- Davvero? Io ne ho mangiati tre, dici che mi sono presa qualcosa?

- E che ne so? Io scavo, non sono un dottore di cani.

Pece e Petrus ritornarono in superficie proprio mentre i ratti tornavano dalla loro razzia cittadina: ogni topo aveva in testa o sul groppino una caramella, un candito o un cioccolatino; quegli ingordi avevano di che rimpinzarsi per molte lune.

- Me ne vado. Il sottosuolo non fa per me e poi il mio amico mi ha detto che mangiarvi è pericoloso - disse loro Pece.

- Hai mangiato qualcuno di noi? - si spaventò il governatore.

- Sì, tre topini piccoli e succosi.

- Sei la regina peggiore del mondo! - urlarono i ratti in coro.

- Siete voi che l'avete eletta - si intromise Petrus. - I cani non dovrebbero comandare i topi. Il nuovo re potresti essere tu - disse infine e al governatore.

I ratti capirono che il cane color crema era più saggio di quello che pensavano e fecero sedere il governatore sul trono reale.

- Permettetemi di omaggiarvi con una fetta di torta al cioccolato - disse il nuovo re a Pece.

- Lo zucchero e il cioccolato sono veleno per noi, potremmo morirne - disse la volpina assottigliando i suoi occhietti sospettosi. Scommetto che lo sapevi benissimo pensò fra sé e sé.

L'indomani, durante la passeggiata mattutina fra i cavoli e le cipolle, Petrus sgridò Pece.

- Non credo sia stata una buona idea mangiarti il nuovo re dei ratti.

- Il saggio sei tu, non io.

- Hai mal di pancia?

- Per niente. E nemmeno un po' di vomitino.

- Vorrà dire che assaggerò un topo anch'io: è proprio vero che nella vita non si finisce mai di imparare.




domenica 29 dicembre 2019

Le Storie di Malusa

Intervista per il blog CAMBIO GIORNO

Iniziamo la nostra intervista presentando Le Storie di Malusadi che cosa si tratta?

Le Storie di Malusa è la mia pagina Facebook: a differenza del profilo che aggiorno ormai pochissimo, la seguo con attenzione soprattutto per raccontare a chi mi segue cosa stia bollendo in pentola... per fortuna c'è sempre qualcosa sul fuoco! Lavoro in campo editoriale da molti anni, nasco sceneggiatrice di fumetto e di graphic novel, e arrivo alla narrativa solo una decina di anni fa. Parallelamente, oltre alla scrittura, ho approfondito grafica e illustrazione. Nella pagina c'è poco passato, tanto presente e un po' di futuro.

In attesa degli altri trasmettiamo musica da ballo: il tuo ultimo libro ha un titolo bellissimo, complimenti per averlo scelto! Spiegaci come ti è venuta l’idea e raccontaci se e quanta musica contiene questo romanzo...

Si tratta di un romanzo al quale ho lavorato per tantissimi anni, seppur a fasi alterne: la prima versione (di non so più quante) risale al 2010; nel frattempo ho portato avanti altri testi – racconti e il mio secondo romanzo NUDPDA Neanche una parola d'amore – più solidi. Nello specifico, questo manoscritto aveva un titolo che non mi convinceva e una struttura narrativa molto complessa che ha richiesto tantissimo impegno. E ricerche. Una di queste mi ha fatto scoprire l'aneddoto che gli ha dato il titolo. Cercando informazioni e dettagli sulla vita di Fausto Coppi (idolo di Antonino, il protagonista) ho letto della Milano-Sanremo del 1946: il Campionissimo prese una volata incredibile e tagliò il traguardo staccando gli altri corridori in gara di svariati minuti. La voce storica dello sport di allora, Nicolò Carosio, non sapendo cosa inventarsi per intrattenere i radioascoltatori disse: “In attesa degli altri concorrenti trasmettiamo musica da ballo”. Storia del ciclismo a parte, in tutte le mie storie c'è musica: su Spotify ci sono le colonne sonore di questo e de La prima donna – una riscrittura bella importante del mio primo romanzo di nuovo in libreria da questo novembre.

Qual è il genere letterario che consiglieresti, quello che più ti piace leggere, anche durante le feste? A quale autore ruberesti il titolo di un libro o di un capitolo... potendolo fare?

Mi piace la fantascienza degli anni Cinquanta, la narrativa contemporanea americana, ma leggo anche libri d'inchiesta sulla “condizione” italiana, e poi apprezzo il genere distopico, apocalittico... amo le emozioni! Queste vacanze potrebbero essere un buon momento per spararsi un (bellissimo) mattone di oltre 1000 pagine – che non bastano mai. – Il quinto giorno di Frank Shatzing, davvero pazzesco. Rispetto al “rubare”, posso arrivare a citare, come nel caso del titolo preso in prestito al buon Carosio, ma cerco di affrontare tematiche quanto più inedite possibili, ponendo il punto d'osservazione in un angolo fino ad allora cieco: se una cosa è stata già scritta, perché clonarla? Io scrivo quello che amerei leggere, non quello che ho già amato. Ovviamente, le contaminazioni sono inevitabili, ma arrivare ad avere il proprio stile, possibilmente unico, dovrebbe essere la sola ambizione di chiunque si professi un autore.

Il romanzo “La prima donna” da quanto tempo è in libreria? Sappiamo che Gabriella prima era Gabriele: qual è l’immagine letteraria che hai usato per spiegare l'importanza del superamento delle apparenze?

La prima edizione de La prima donna è uscita quasi dieci anni fa. All'epoca ero una romanziera acerba e la casa editrice non aveva ancora il ricco catalogo di narrativa che offre oggi: non abbiamo avuto, credo, le capacità di dargli il giusto risalto. L'idea di ripubblicarlo – è in libreria dal 14 novembre – è stata dell'editore, Mauro Morellini: “se ti va di rimetterci su le mani, fai pure”, mi ha detto un annetto fa. E io l'ho preso in parola, prendendomi un tot di mesi prima di uscire con la nuova pubblicazione. Dal 2010 ad oggi ho pubblicato altri due romanzi e tanti racconti, mi sento un'autrice più matura, sicuramente diversa da allora, per cui questa edizione è una vera e propria riscrittura, molto complicata da fare sul proprio lavoro, ma per certi versi naturale. È stato come potare un albero alla fine della raccolta. Superare le apparenze è impossibile, non ci riesce nessuno. Soprattutto chi dice il contrario (“Il mio migliore amico è gay”, “Non sono razzista, MA” eccetera eccetera). Giudichiamo tutti e tutto con uno sguardo, siamo farciti di pregiudizi e grassi di moralismi: quello che possiamo fare è rendercene conto, esserne consapevoli e lottare, ogni giorno, nel tentativo semi-disperato di smussare i nostri angoli, almeno i più spigolosi, per non ferire gli altri.

Parlaci un po’ ti te. Com'è scrivere in Puglia? Tra le tue esperienze, quali consideri la più fortunata e quale la più sfortunata?

Ho continuato i miei studi a Milano e mi ci sono fermata una ventina d'anni. Sono tornata in Puglia, a Bisceglie, da sei: credo di “appartenere” a entrambe le città, come tutto il mio albero genealogico. Si scrive sempre del posto in cui si vive, anche quando la storia è ambientata nel futuro, o è di fantasia. Due dei miei romanzi sono ambientati nelle mie città: Bisceglie e Milano. Che sono legate da un filo rosso come la striscia di plastica che si usa per abbellire gli imballaggi della frutta che da Bisceglie parte per Milano ogni giorno, da decenni. Il mio primo libro – un chick lit dal taglio ironico sulla soap opera (tuttora) più longeva della TV: Beautiful – mi ha fatto guadagnare un'ospitata a Matrix in compagnia di produttori e attori del cast. Credo che quello sia stato il momento più alto della mia carriera! Manco un centesimo, Dio non voglia, ma sai che emozione quando mia zia Maria (non avevo detto a nessun parente della messa in onda, lo sapevano solo i miei BBF) mi ha telefonato per dirmi che mi aveva vista in TV? Credo che quel libretto, 101 motivi per non smettere di guardare Beautiful, per quanto leggero e scanzonato, abbia dato il calcio d'inizio alla fortuna, e quindi anche alla sfortuna: una implica l'altra, tipo yin e yang.

In conclusione, dato l'approssimarsi del Natale, su un ipotetico bigliettino d’auguri ai nostri lettori, che cosa ci scriveresti?

Perché ipotetico? Sono una grafica o una mitomane? ;)



Grazie
Giuseppe Di Summa



venerdì 9 agosto 2019

Black is the new green




Questo post non serve a niente.
Eppure voglio scrivere di Ettore, Vittorio e Anna.
I loro nomi sono altri, ma non ha alcuna importanza.

Ettore, Vittorio e Anna hanno una cosa in comune: non sono completamente italiani, non più.
Hanno smesso di esserlo integralmente perché hanno tutti commesso una serie di gravissimi errori.

Il primo è viaggiare.
Si spostano per necessità, per lavoro, per curiosità. Perché il mondo è immenso, e ignorarlo non va bene a tutti. È proprio durante uno dei loro spostamenti che hanno commesso il secondo imperdonabile sbaglio.

Si sono innamorati.
E non (solo) dei luoghi, degli usi, dei costumi o del salario. Di Kristen, Julia e Igor.
Kristen è del Sudafrica, ha conosciuto Ettore a Johannesburg.
Julia è della California, ma ha vissuto anche a Barcellona ed è proprio lì che ha incontrato Vittorio.
Igor è del Sudan, ma vive nel Belpaese da 25 anni molti dei quali in coppia con Anna.
Kristen, Julia e Igor, allinizio, non avevano granché in comune con Ettore, Vittorio e Anna.
Altro cibo, altra religione, altre tradizioni.
Questi caparbi e incoscienti italiani medi non si sono limitati a vivere “lì” e “allora”.
No no. Hanno scientemente deciso di strafare, prendendo la terza maledetta cantonata.

Sposarsi.
Già. Perché talvolta rendere legale lamore non è solo una scelta consapevole. È necessario. Nel loro caso no, sono convolati a nozze perché è sembrata loro cosa buona e giusta. Onesta.
Ho partecipato al rito civile che ha unito Ettore e Kristen: hanno giurato di amarsi e onorarsi fino allultimo dei loro giorni davanti a un mucchio di parenti, amici e testimoni. In due lingue. Ero una fra i tanti che li guardava con gli occhi lucidi e un sorriso inevitabile sulle labbra, felice per la loro felicità e per quella dei loro genitori.

Non ancora contenti delle varie malefatte, sia Ettore e Kristen che Igor e Anna hanno davvero deciso di esagerare: i primi mettendo al mondo un bambino, i secondi adottandone uno del Burkina Faso. Vittorio e Julia non hanno ancora osato, ma – fino a prova contraria – rappresentano comunque un nucleo famigliare.

Tre coppie, otto persone, tre famiglie.

Vi ricordate di Green card, la pellicola con Gérard Depardieu e Andie MacDowell?
Nel film, Georges, un musicista francese, accetta un impiego negli Stati Uniti e lì incontra Brontë: i due si sposano “per convenienza” (lui ha bisogno della carta di residenza permanente per poter lavorare, mentre lei vuole un appartamento riservato alle coppie sposate) ma poi si innamorano e vivono felici, contenti e americani. Chissà, magari il re di Riace si è lasciato ispirare da Hollywood.

Essendosi invece sposati “per amore”, Kristen, Julia e Igor dovrebbero essere diventati italiani a loro volta, giusto? Sbagliato.
Dimenticatevi Georges, Brontë e gli Stati Uniti (di allora).
Qui siamo in Italia, un paese dove ormai lamore non ammette ignoranza, mentre tutto il resto può osannarla.

Kristen, Julia e Igor hanno un permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo ma non la cittadinanza – significa che possono stare in Italia, che non sono clandestini e che hanno qualche diritto e tanti doveri proprio come tutti gli italiani – ma che se per caso Ettore, Vittorio o Anna dovessero divorziare da loro, o se dovesse succedere loro qualcosa, il permesso da soggiornanti di lungo periodo di Kristen, Julia e Igor andrebbe convertito in permesso di soggiorno di lavoro o di studio. Che comunque non è la cittadinanza e che implica il dato di fatto che abbiano un impiego da almeno cinque anni (no, essere genitore e casalinga/o non è sufficiente) o che siano studenti. In caso contrario, se ne devono tornare “al paese loro” anche se lì, magari, non c’è più (o non c’è mai stato) niente e nessuno ad attenderli.

Con i figli? Non necessariamente.
Potrebbero al contrario essere costretti a lasciarli in Italia con laltro genitore (se campa e se li vuole). O presso una casa famiglia.
Possibile? Fattuale.
Pur essendo diventati mamma e papà nel paese che si riempie la bocca di parole quali famiglia e cristianità e che ringrazia la Madonna e i Santi come rito scaramantico, il Ministero dellInterno, e quindi lo Stato Italiano, non riconosce l’importanza e l’imprescindibilità del legame genitoriale: non essendo diventato il cavallo di battaglia di nessuna forza politica, l’indigesto Ius soli è rimasto in fondo alla lunghissima lista delle cosette da fare per dimostrarci un paese civile.

Perché Kristen, Julia e Igor si sono visti rifiutare la cittadinanza?
Per la lingua. Poco importa che una percentuale imbarazzante di italiani creda che l’analisi grammaticale sia un percorso di descrizione diagnostica che possono permettersi solo i ricchi e che quella logica sia appannaggio dei temibilissimi radical chic.
Le due ragazze non hanno superato il B1 del QCER (test di italiano) mentre Igor ha scioccamente pensato che fornire i suoi attestati lavorativi quale documentazione comprovante (vale a dire centinaia di ore certificate presso la Regione e in innumerevoli corsi presso istituzioni nazionali come il Ministero di Grazia e Giustizia) valesse ben più di un generico test. Della serie: “È il mio mestiere, lo faccio da 25 anni, va da sé che con i miei utenti parlo in italiano, non gesticolo.”
No. Non va da sé manco per niente.

E allora che si fa?
Si potrà sicuramente integrare la richiesta di cittadinanza con i documenti rivisti e corretti per renderla valida al 100%! È il minimo, no?
Infatti no. Non si può.
Se qualcosa non quadra, il diniego arriva e colpisce. Veloce come un dardo velenoso.
Ma si può rifare! Che cazzo.
Certo, occorre ripagare 250 euro + bolli e mica bolli. Bazzecole.
Ah, sì. Si devono anche fornire una serie di documenti di facilissima reperibilità tipo latto di nascita e il certificato penale redatti e bollati dalle autorità del paese dorigine e nei quali si ha soggiornato.
Come? Niente di più agevole.
Andando in TUTTI gli stati in cui si ha vissuto e richiedendoli. Personalmente.
Pazienza se si tratta di paesi che distano fra loro migliaia e migliaia di chilometri con conseguenti spese di viaggio, soggiorno, eccetera nonché giorni e giorni lontani dalla propria famiglia. Che volete che sia se il premio è diventare italiani italiani e non italiani a orologeria?

Questo post non serve a niente.
Neppure per quei miserabili che “Prima gli italiani” perché Ettore, Vittorio e Anna lo erano, italiani. E ora non lo sono più. Hanno smesso di esserlo perché se è mero come è mero che innamorarsi, sposarsi, mettere al mondo dei bambini e amare significa unirsi a qualcuno per sempre, loro avranno sempre il cuore spaccato, lanimo incerto e laspetto infelice. Perché laltra metà della mela, per il nostro governo, è un tarocco.

Moglie e buoi dei paesi tuoi: è lABC.
Hai voluto un matrimonio esotico? Adesso attaccati al tram.
Minare libertà, serenità e amore è un diritto che il mite Ministro dellInterno – last but not least – si è sudato a suon di tweet bestiali. Che la ricerca della felicità sia nazionale, per Dio!

Facciamo, se volete, che questo post serva a qualcosa.
Se conoscete qualcuno che sta subendo la stessa ingiustizia più o meno legalizzata, mettiamoci in contatto. Restiamo umani. Anche se sta diventando uno sport estremo (che non tonifica nemmeno).