Cosa cerchi?

mercoledì 10 marzo 2021

Dal secondo premio Giana Anguissola alla pubblicazione con Lapis Edizioni


L’emozione più grande in assoluto, noi che organizziamo il Concorso letterario Giana Anguissola, la proviamo quando una delle opere che abbiamo premiato viene presa in considerazione da una casa editrice importante. Nei giorni scorsi Malusa Kosgran, 
2° classificata 2020 nella sezione romanzi, ci ha dato la bella notizia: ha iniziato una collaborazione con Lapis Edizioni.


«Ci sto lavorando con l’editore e una editor molto, molto brava, la grande autrice di narrativa per ragazzi Luisa Mattia - ci ha scritto -, rispetto al manoscritto che ha partecipato al concorso sto dettagliando alcune parti, ragionando sul titolo, se tutto va bene🤞  il libro dovrebbe uscire entro l'anno»

Buona strada, Malusa! Siamo tutte/i con te! 🍀🍀🍀🍀🍀

(Sara Bonomini, Addetta stampa del Premio Letterario Giana Anguissola)

lunedì 18 gennaio 2021

"Vardø Dopo la tempesta": intervista a Laura Prandino

Laura Prandino ha tradotto per Neri Pozza Editore un romanzo potente e doloroso, Vardø Dopo la tempesta, della scrittrice inglese Kiran Millwood Hargrave. Secondo il Publisher Weekly, il romanzo della Millwood – che trae ispirazione dai processi alle streghe nel Finnmark del 1620 – «getta luce su uno spaventoso spaccato di storia, raccontando la brutale sottomissione delle donne, la superstizione che aleggia nei luoghi isolati e le atrocità compiute in nome della religione». Sono rimasta estremamente affascinata dall’eleganza del testo: nonostante un intreccio ricco di situazioni a tratti scabrose, spesso estreme e sempre aliene alla nostra cultura e al nostro retaggio, la prosa non trascende mai, piuttosto irretisce e “strega” il lettore senza concedergli pause, se non per un sospiro, difficilmente di sollievo. Ho contattato Laura non appena ho terminato la lettura di Vardø Dopo la tempesta per farle i miei complimenti: credo che, in generale, il lavoro di traduzione sia immensamente complesso, non solo perché richiede la padronanza completa di un’altra lingua, ma perché, quando è così ben gestito, contribuisce alla riuscita di un testo e alla sua comprensione più sottile, sfiorando il ruolo dell’autore senza prevaricarlo mai.



MK: Che rapporto hai con la Millwood? Vi siete confrontate durante la traduzione del suo romanzo oppure ti sei interfacciata solo con la redazione della casa editrice italiana?

LAURA: Non conosco di persona la Millwood e non mi sono mai messa in contatto con lei durante il lavoro, anche se mi ero procurata i suoi contatti casomai ne avessi avuto bisogno. Se possibile, e a parte qualche raro caso, preferisco non avere scambi diretti con gli autori, tranne quando trovo magari un’incongruenza da correggere, un errore fattuale, o comunque qualche motivo molto specifico per cui è necessario un confronto diretto prima di decidere come intervenire. In questo caso non ce n’è stato bisogno. Sono dell’opinione (personalissima, altri traduttori preferiscono comunicare anche con gli autori) che il mio lavoro sia legato esclusivamente a ciò che l’opera dice o non dice, al testo in sé più che al suo autore, e che il mio rapporto con il romanzo dovrebbe essere quanto più vicino possibile a quello che ha un lettore. Contattare l’autore lo trovo sempre vagamente imbarazzante, mi sembra un po’ come dirgli: «Guarda, qui non ti sei spiegato bene, non si capisce cosa vuoi dire, chiarisci meglio». È lo stesso motivo che mi porta ad affrontare la traduzione senza aver prima letto per intero il libro, perché vorrei che il mio atteggiamento nei confronti del testo fosse quello di un lettore (un lettore molto pignolo) che lo affronta per la prima volta, senza sapere cosa viene dopo. Certo, nelle fasi successive dovrò tornare indietro se e dove necessario, rileggere e rimodulare certi passaggi in base a quello che scopro procedendo nel lavoro (ci sono magari espressioni che vanno tradotte in un certo modo perché in un passo successivo vengono riprese con uno scopo particolare, personaggi e situazioni che vanno descritti con certi termini e non altri in funzione degli sviluppi del racconto), ma spero di conservare così la freschezza dello sguardo di chi “scopre” la storia mentre la legge.

MK: Pensi che l’affinità fra chi scrive e chi traduce cresca con il tempo oppure l’empatia è una sorta di colpo di fulmine? Ti è mai capitato di lavorare su testi lontani dai tuoi gusti letterari? Quant’è rilevante per te essere in sintonia con la poetica di un autore o di un’autrice?

LAURA: Direi che all’inizio della carriera l’empatia con l’autore è molto importante, si cerca se possibile di tradurre quello che si vorrebbe leggere. Quindi si evita di tradurre, per esempio, la fantascienza se non si legge fantascienza, o il romanzo storico se è un genere che non si ama: si cerca cioè un tipo di scrittura che ci somigli in qualche modo. Ma con l’andare del tempo e con l’affinarsi degli strumenti di lavoro si comincia ad apprezzare anche la sfida, la possibilità di mettersi alla prova su testi diversi da quelli che avremmo scelto come lettori. E allora il discrimine diventa piuttosto la “buona” scrittura. Per quanto possa essere impegnativo o lontano dai nostri interessi o addirittura dalle nostre convinzioni etiche e/o politiche, diventa più soddisfacente tradurre un libro scritto “bene” (inteso come livello stilistico, tenuta e costruzione della storia, musicalità del testo, capacità di attirarci nel proprio mondo), nonostante la storia in sé o le sue implicazioni non abbiano alcuna affinità con noi. Anche per questo non mi sono mai soffermata su qualche genere particolare; quello che mi soddisfa come traduttore è un libro che abbia la forza necessaria per essere lui a guidare la traduzione, che abbia una “sua” voce che sta a me scoprire e rendere al meglio possibile in italiano.

MK: In Vardø Dopo la tempesta non ci sono ripetizioni, c’è un sapiente uso del linguaggio, della sintassi e dei sinonimi, e nonostante i tanti termini volutamente non tradotti dal norvegese, il testo risulta sempre ben comprensibile pur con pochissime note a piè di pagina: quanto margine ha, rispetto al testo originale, chi traduce un romanzo?

LAURA: Vardø ha una sua voce ben distinta, una sua costruzione salda e una sua armonia interna, che hanno reso molto più semplice il mio lavoro. Certe traduzioni cedono a volte alla tentazione di voler spiegare più del dovuto, di aggiungere un livello quasi didascalico a favore di un lettore italiano ritenuto forse pigro, se non peggio. Per quanto mi riguarda – e per fortuna questo vale anche per le redazioni e i revisori con cui lavoro di solito – ho una profonda stima di chi legge, e sono convinta che se l’autore non ha ritenuto di dover tradurre o spiegare ulteriormente termini o concetti che anche per i “suoi” lettori sono ostici, o in un’altra lingua, non vedo perché io dovrei avere minore considerazione per i lettori italiani. È uno degli aspetti dei libri scritti “bene” di cui parlavo prima: non c’è bisogno di aggiungere o spiegare, il testo si spiega e si regge da sé. Altro elemento molto importante e spesso trascurato del lavoro di traduzione è il prezioso contributo di un revisore attento e capace, che rileggendo la traduzione con sguardo “fresco” è in grado di scovare eventuali magagne, ripetizioni, inciampi sintattici che inevitabilmente sfuggono lavorando a lungo su un testo. Quando poi, come in questo caso, a occuparsi della revisione è una bravissima professionista con cui ho già collaborato altre volte, ci sono anche fruttuosi momenti di confronto in cui si studia insieme come risolvere un giro di frase particolarmente complesso da rendere in italiano, o quale soluzione è più adatto a conservare un’ambiguità presente nell’originale. Lavorare con un buon revisore e con una buona redazione alle spalle è sempre un valore aggiunto di grande importanza.

MK: Quanto tempo ci hai impiagato a tradurre Vardø Dopo la tempesta? Quante le revisioni e le riletture? Lavori da sola o ti avvali di qualche collaboratore?

LAURA: Diciamo quattro mesi circa per la traduzione, e poi un’altra quindicina di giorni di lavoro con la revisora. D’abitudine preferisco lavorare da sola, sia per la traduzione sia per le ricerche (terminologiche, storiche, geografiche, ecc.) che accompagnano ogni traduzione. Qualche volta ho lavorato anche a quattro mani con una collega, ma in generale preferisco tradurre da sola. Mentre invece è altamente apprezzato il successivo contributo del buon revisore di cui si parlava prima, la cui dote migliore è la capacità di intervenire se e dove necessario, ma senza stravolgere l’impianto del lavoro di traduzione e meno che mai la “voce dell’originale: praticamente un doppio salto mortale. I passaggi di lavorazione sono più o meno questi: traduzione dell’intero romanzo in una prima stesura durante la quale cerco di risolvere fin da subito eventuali dubbi o ricerche storiche, terminologiche, ecc. O almeno questo è il mio modo di lavorare: so che altri colleghi preferiscono invece fare una prima versione di getto più “grezza”, lasciando in sospeso i vari dubbi per tornarci sopra in seguito; ognuno ha il proprio sistema di lavoro preferito. Poi rilettura con testo originale a fronte, per correggere eventuali errori, passaggi “saltati” (è facile perdersi per strada qualche frase o qualche dialogo), ripetizioni o errori marchiani di interpretazione che possono sempre sfuggire per disattenzione o stanchezza (ricordo di aver passato una buona mezz’ora a chiedermi cosa c’entrava a un certo punto una vedova – widow – che pareva uscita dal nulla, solo per rendermi conto dopo aver riletto non so quante volte la stessa frase che era invece una banalissima finestra – window – , tanto per fare un esempio cretino), limatura di frasi un po’ zoppicanti o troppo contorte. Quindi una nuova rilettura del solo italiano, per verificare che il tutto “scorra” bene (o risulti invece disturbante se così è in originale: c’è sempre il rischio di normalizzare quello che per scelta dell’autore non vuole e non deve essere normale), che non ci siano calchi sintattici, costruzioni troppo legate alla struttura dell’inglese ma poco naturali in italiano (esempio banale, tanto per rendere l’idea: dove in inglese si dice “il mio nome è X”, un italiano direbbe normalmente “mi chiamo X”) e soprattutto che descrizioni, dialoghi, personaggi riescano a evocare in italiano le stesse atmosfere dell’originale. A questo punto il tutto passa al revisore, che a sua volta legge e verifica la corrispondenza con l’originale, segnala eventuali errori e incongruenze sui quali ci si confronta e si decide la soluzione più opportuna, caso per caso, quindi vengono inserite le correzioni e modifiche concordate, e c’è una nuova rilettura sul testo impaginato, per “scovare” eventuali refusi o ulteriori magagne (correggere una parola significa spesso dover ricostruire una frase perché se ne modifica l’equilibrio, o rintracciare le altre occorrenze di quel termine/frase nel resto del libro e correggere di conseguenza, oppure si decide che va cambiato un tempo verbale e allora vanno verificate tutte le concordanze: un lavoro abbastanza certosino di coerenza interna). Poi il tutto viene impaginato e nuovamente riletto.

MK: Rispetto a chi scrive, chi traduce passa perlopiù inosservato, fatta eccezione per gli addetti ai lavori, seppur con preziose eccezioni: personalmente sono convinta che una buona traduzione sia la sola chance di successo per un libro straniero. Ti è mai capitato di leggere un ottimo libro nella sua versione originale e di detestarlo leggendone poi la sua trasposizione in italiano?

LAURA: Mi succede piuttosto il contrario, che è anche la maledizione del traduttore: difficile godersi la lettura di un libro tradotto senza “cercare” in trasparenza l’originale che c’è dietro. Mi è perciò capitato di iniziare a leggere (difficilmente riesco a finirli) alcuni libri che trovavo sintatticamente faticosi, oppure con un italiano piatto e noioso, magari di autori celebrati all’estero, per poi scoprire che la lingua originale era tutt’altro che banale. Oppure, di fronte a frasi che in italiano mi risultano faticose da leggere, mi sorprendo a chiedermi se lo fossero anche in originale. Oltre alla dimestichezza con entrambe le lingue di lavoro (e quindi con le espressioni idiomatiche, i riferimenti culturali, l’immaginario di ciascuna cultura) per un traduttore è necessaria una capacità di scrittura che vada oltre la “tecnica” pura e semplice, e che gli permetta non solo di interpretare al meglio la voce dell’autore, ma anche di non sovrapporle la propria. Sono in pratica le stesse qualità richieste a un buon interprete musicale: saper interpretare al meglio della propria personalità lo spartito, sfruttando tutte le capacità dello strumento e le proprie, ma rispettando sempre la composizione originale.

MK: Avere la possibilità di leggere in più lingue lo stesso testo e di amarlo in più versioni è una grande fortuna per i madrelingua e un enorme traguardo per chi ha scelto e imparato ad amare una seconda lingua: tu leggi più originali o traduzioni?

LAURA: Direi un salomonico metà e metà. Leggo ovviamente in traduzione la marea di libri scritti in lingue che non conosco (vale a dire buona parte della letteratura mondiale). Leggo traduzioni di colleghi che stimo perché mi fido del loro lavoro, perché mi incantano certe loro soluzioni, perché mi offrono stimoli e mi aiutano ad affinare i miei strumenti di lavoro. Leggo in originale, più che altro in inglese, per sentire le diverse voci dei vari autori e apprezzare i loro strumenti espressivi, e amo particolarmente quelli che fanno un uso creativo della lingua o per i quali l’inglese non è la lingua madre o l’unica lingua, perché mi sembra che riescano a sfruttarne ancora di più le potenzialità. Conosco abbastanza bene lo spagnolo e molto meno il francese, ma sinceramente nessuna delle due al punto di potermi godere appieno le finezze di stile, quindi preferisco se possibile leggere in (buone) traduzioni, salvo andare poi a spulciare gli originali se e quando qualcosa non mi convince...

MK: Se potessi scegliere un autore o un’autrice – anche pescando fra personalità letterarie del passato – chi ti piacerebbe tradurre o ritradurre? C’è un testo che ami particolarmente?

LAURA: Amo i classici come lettrice ma non li vorrei tradurre o ritradurre. Mi mettono un po’ in soggezione e richiedono una grande lavoro di preparazione contestuale: mi mancherebbe inoltre quell’aspetto di “scoperta” di un testo che per me è importante. Preferisco quindi dedicarmi ad altro. Mi diverte molto tradurre testi ironici o umoristici perché lì, oltre alle normali sfide della traduzione, bisogna riuscire a far scattare l’umorismo anche in italiano, impresa non sempre facile. Mi sono molto divertita a tradurre Gerald Durrell (Il giardino degli dei) e, per farlo, a rileggere con grande attenzione La mia famiglia e altri animali nella vecchia ma sempre piacevole traduzione di Adriana Motti. Ma in generale preferisco affrontare ogni volta qualcosa di nuovo, di diverso e magari di inaspettato. La traduzione mi ha permesso di scoprire autori che forse non avrei mai letto, alcuni li ho “sopportati” e altri li ho amati molto, e queste scoperte sono in fondo uno dei lati migliori del lavoro.

giovedì 17 dicembre 2020

Giulia – Infermiera dal 2013

 


Giulia è di Bisceglie, ma vive a Bologna da tanti anni, ed è infermiera dal 2013. 

Mi sembra passato un giorno dalla sua laurea: ricordo molto bene la sua tensione, l’attesa, gli amici, e poi i fiori e i brindisi. Da quel giorno felice, invece, sono cambiate tante cose. Il lavoro di Giulia, per esempio, che con il tempo ha diversificato utenti, ha conseguito un master, ha scalato la graduatoria, ha cambiato indirizzo e infine lavoro: dopo due anni con gli anziani di ASP Bologna e altri quattro assistendo in residenza persone con disturbi alimentari è approdata al Rizzoli. Lavoro duro, ma lei è sempre stata una dura. Poi è arrivato il 2020. Da marzo in avanti, Giulia è stata “arruolata” in diversi ospedali bolognesi – il Bellaria, il Maggiore C.A. Pizzardi e il Sant’Orsola. La prima ondata e la seconda hanno coinvolto una percentuale enorme del personale infermieristico nei reparti di intensiva, e Giulia è sempre stata in prima linea. 


MK – Come hai vissuto il tuo primo giorno di pandemia? Che cosa è accaduto nelle corsie del Rizzoli? 


GIULIA – Paura, ansia e agitazione! Essendo molto esposti, io e miei colleghi ci siamo molto preoccupati per la nostra salute: i pazienti arrivavano da tutta Italia, molti per operarsi, la provenienza, e successivamente il colore della zona d’arrivo, non hanno mai avuto importanza. Quando la pandemia è stata conclamata, a inizio turno ci si confrontava fra colleghi per provare a prendere coscienza del reale pericolo; poi, inquadrata la situazione, abbiamo stabilito il comportamento più adeguato da adottare sempre: mascherine, distanziamento e continua attenzione alla disinfezione degli spazi. 



MK
– Qual è stata l’esperienza più intensa che hai vissuto durante la prima ondata? 


GIULIA – Sicuramente in degenza, alla fine dell’incarico. All’inizio di maggio è arrivato in reparto un nonnino ricoverato dal Pronto Soccorso perché era uscito di casa e si era perso. Non sapeva più tornare a casa. Aveva l’Alzheimer o comunque la demenza senile. È stato raccolto per la strada e portato al PS dove è risultato positivo al Covid-19. Successivamente è stato identificato e si è scoperto che sua moglie era morta di Covid due settimane prima, mentre entrambi i suoi figli erano ricoverati nei reparti Covid del Bellaria. Era solo e disorientato…



MK – L ’estate scorsa sei scesa a Bisceglie. Abbiamo evitato i nostri abbracci, ci siamo mantenute a distanza, abbiamo chiacchierato con la mascherina nei luoghi chiusi, ma ci siamo viste, siamo andate al mare, abbiamo mangiato insieme e abbiamo fatto qualche mini gita in Puglia: credi che la seconda ondata sia attribuibile agli spostamenti estivi, e se no, quale pensi sia stata la causa della evidente ricaduta iniziata a ottobre? 


GIULIA – Credo sia stata sottovalutata la gravità della situazione. Ci hanno dato la possibilità di spostarci, di uscire, e di autodeterminarsi. Purtroppo, non tutti hanno seguito le norme anti-contagio e, già a ottobre, abbiamo pagato tutti le conseguenze del poco senso di responsabilità di alcuni.


MK – Cosa significa lavorare in reparti di intensiva Covid-19? 


GIULIA – Significa un grande carico mentale. Occorre rimanere sempre concentrati sul modo giusto di vestirsi e svestirsi per non contagiarsi, anche fra colleghi. Significa un grande impegno professionale per la complessità dell’assistenza al paziente, ma anche collaborazione e confronto continuo con il personale medico. Significa assistere all’ultima telefonata di un padre alla figlia prima di essere intubato. A casa cerco di riposare e di rilassarmi il più possibile perché i turni sono estenuanti, non c’è mai una pausa, i ricoveri ci sono sempre, un posto letto non resta mai vuoto per più di qualche ora.



MK – Com’è cambiata la tua vita a Bologna? 


GIULIA – Pochissima vita sociale e tantissimo lavoro! Non che prima lavorassi poco (ride), ma uscire con le amiche, andare ai concerti e spostarsi per il weekend erano le mie valvole di decompressione.


MK – Come giudichi le tue attuali prestazioni professionali e quelle dei tuoi colleghi? Pensi che il limite di sopportazione e di stanchezza sia già stato raggiunto? 


GIULIA – C’è tanta stanchezza, sia mentale che fisica. Io sono arrivata come unità di aiuto a metà novembre, ma alcuni colleghi che ho conosciuto durante questa esperienza stanno lavorando a pieno ritmo: fanno doppi turni e saltano i riposi, da mesi ormai. Siamo al limite. Nell’ultima settimana sembra che la situazione sia leggermente migliorata: si lavora con più calma ma come ho già detto, i letti non restano vuoti abbastanza a lungo.



MK – Il Natale è alle porte. Qual è la profilassi da seguire per i “fuori sede” che hanno deciso di passare le feste con i propri parenti partendo prima e dopo il periodo di divieto? È possibile ricongiungersi alle proprie famiglie in sicurezza? 


GIULIA – Sarebbe opportuno fare un tampone prima di partire per essere più tranquilli, ma la sicurezza di non rappresentare un veicolo di contagio non c’è. È possibile ricongiungersi ma non riabbracciarsi. Non ancora.



MK – Il 2021 porterà con sé i vaccini: facendo parte del personale di assistenza medica, tu sarai fra i primi a beneficiarne, giusto? Vi hanno già spiegato come si svolgerà il tutto? 


GIULIA – Giusto. Ci è arrivato proprio in questi giorni un modulo da compilare per programmare le agende di prenotazione e trasporto del vaccino contro Sars Covid-2 (nome scientifico di Covid-19). Su base volontaria chi vuole può vaccinarsi secondo una programmazione. 


MK – Che cosa vorresti dire a chi non crede nel virus, a chi ancora pensa che sia “solo” un’influenza, e a chi si ostina a non indossare la mascherina e non rispetta il distanziamento sociale? 


GIULIA – Vorrei far fare loro un giro in terapia intensiva per far vedere loro quanto questo virus sia reale e quanta sofferenza provochi al paziente e alla sua famiglia, quanto sia ingiusto morire da soli, senza avere la possibilità di un ultimo saluto ai propri affetti.


sabato 31 ottobre 2020

La regina di Halloween


C'era una volta un re, diranno i miei piccoli lettori. No, c'era una volta una regina, ed era nera e famelica, anche all'inizio di questa storia.

Prima di diventare regina si chiamava semplicemente Pece ed era una volpina talmente minuscola che doveva fare attenzione ai falchetti che spesso e volentieri la scambiavano per un succulento leprotto nero. Ma gli uccelli rapaci non erano i soli ad avere le idee confuse sulla volpina, e tutti i predatori se la volevano pappare.

In città non ci sono falchetti o altri predatori, direte voi. Esatto, ma Pece viveva in campagna con una famiglia umana che le voleva bene e Petrus, un meticcio gigante, con le orecchie da pipistrello e un olfatto da segugio. In campagna si sa, ci sono falchi, serpentelli, faine e ratti. E i ratti non sentono ragioni. 

Qualche tempo prima, il fattore della campagna vicina aveva sparpagliato golose bustine azzurre negli anfratti della sua proprietà. Quei sacchettini misteriosi profumavano di emmental e camembert, di taleggio e di mascarpone, di parmigiano e scamorza: era impossibile resistergli. Il re e la regina dei ratti non potevano sapere che quei fagottini odorosi erano anche velenosi, e ne portarono una grande scorta nelle infinite dispense dei topi i quali ne mangiarono e ne morirono in grande numero, reali inclusi.

- Abbiamo subito bisogno di una nuova regnante - disse un giorno il governatore dei ratti che non era mai stato bravo a dare ordini.

- Perché? - gli chiesero. 

- Perché domani è Halloween e le vie della città saranno piene di dolcetti cascati in terra, di carte di caramelle farcite di granelli di zucchero, di scaglie di cioccolata al latte e di torroncini sbriciolati: ci serve qualcuno che coordini i turni, che decida come allestire la dispensa e che punisca gli avidi. Era capitato, infatti, che alcuni ratti rubacchiassero per loro stessi invece che per la comunità. Pazzesco.

- E dove la troviamo una nuova regina? - chiesero i topi al governatore.

- Lo vedrete! - rise il rattone.

Fu così che i topi rapirono Pece, e lo fecero in modo talmente fulmineo, silenzioso e professionale che nemmeno il super udito di Petrus li sentì quando zampettarono dentro casa dalla finestra, innalzarono la volpina addormentata e se la portarono via, sparendo nei meandri del loro mondo sotterraneo.

Quando si svegliò, Pece non poteva credere di essere stata rapita dai topi: non si era mai accorta di avere il sonno così pesante! Era arrabbiata, certo, ma era anche stata eletta regina, e quale femmina non sogna di diventare reginetta? Pece no di certo, ma sapeva che i ratti avrebbero creduto a quella sciocchezza. Sì, i ratti credono a ogni fandonia, non lo sapevi? La volpina ne avrebbe approfittato per escogitare un piano di fuga, e pazienza se ci avrebbe messo del tempo. In realtà, dopo mezza giornata passata nel sottosuolo, Pece aveva già perso la pazienza: là sotto era una vera noia. La volpina aveva bisogno del sole, aveva nostalgia delle lucertole che inseguiva, voleva correre e scavare, aveva sete e fame... dare ordini era stato impegnativo, i ratti se ne erano andati in città e il suo stomaco gorgogliava. Avrebbe forse dovuto mangiarsi un topolino? 

Chissà che sapore hanno, si chiese leccandosi i baffetti.

Nel frattempo, Petrus, il cane color crema, cercava la sua amica di scorribande e leccatine: senza Pece, dare la caccia alle serpi e terrorizzare le tortore era molto meno divertente. E così, senza perdersi in ulteriori annusate, Petrus iniziò a scavare. Scelse un punto qualsiasi perché l'odore della volpina era su tutti i cespugli, sulle ruote del trattore e delle biciclette e fra i gerani in fiore: Pece faceva la pipì proprio dappertutto!

Il cane dalle enormi orecchie appuntite si diede da fare per tutto il giorno, e quando il sole tramontò e la luna fu alta nel cielo aveva scavato un tunnel di oltre cento metri. A un certo punto, quando iniziava a temere di essersi perso, il terreno sotto le sue zampe da cervo crollò e si ritrovò nel covo dei ratti, proprio davanti al trono reale.

- Petrus! - abbaiò Pece. - Come hai fatto a trovarmi? 

- Ho scavato.

- Avrai fame. Posso offrirti un topo? Ci sono solo i piccoli, i grandi sono via per lavoro.

- Io mangio solo croccantini inumiditi con quattro cucchiai di paté di carne, ma non di ratto, credo. I topi mi fanno schifo perché portano le malattie.

- Davvero? Io ne ho mangiati tre, dici che mi sono presa qualcosa?

- E che ne so? Io scavo, non sono un dottore di cani.

Pece e Petrus ritornarono in superficie proprio mentre i ratti tornavano dalla loro razzia cittadina: ogni topo aveva in testa o sul groppino una caramella, un candito o un cioccolatino; quegli ingordi avevano di che rimpinzarsi per molte lune.

- Me ne vado. Il sottosuolo non fa per me e poi il mio amico mi ha detto che mangiarvi è pericoloso - disse loro Pece.

- Hai mangiato qualcuno di noi? - si spaventò il governatore.

- Sì, tre topini piccoli e succosi.

- Sei la regina peggiore del mondo! - urlarono i ratti in coro.

- Siete voi che l'avete eletta - si intromise Petrus. - I cani non dovrebbero comandare i topi. Il nuovo re potresti essere tu - disse infine e al governatore.

I ratti capirono che il cane color crema era più saggio di quello che pensavano e fecero sedere il governatore sul trono reale.

- Permettetemi di omaggiarvi con una fetta di torta al cioccolato - disse il nuovo re a Pece.

- Lo zucchero e il cioccolato sono veleno per noi, potremmo morirne - disse la volpina assottigliando i suoi occhietti sospettosi. Scommetto che lo sapevi benissimo pensò fra sé e sé.

L'indomani, durante la passeggiata mattutina fra i cavoli e le cipolle, Petrus sgridò Pece.

- Non credo sia stata una buona idea mangiarti il nuovo re dei ratti.

- Il saggio sei tu, non io.

- Hai mal di pancia?

- Per niente. E nemmeno un po' di vomitino.

- Vorrà dire che assaggerò un topo anch'io: è proprio vero che nella vita non si finisce mai di imparare.




lunedì 26 ottobre 2020

"11" - Premio Letterario di narrativa inedita Giana Anguissola

Si intitola 11 ed è un romanzo inedito per ragazzi che ho scritto un annetto fa e che ho ripreso e rimaneggiato durante il lockdown di marzo e aprile 2020 in vista del bando letterario nazionale Giana Anguissola di Travo (PC). Pochi giorni fa, 11 è arrivato secondo e io ne sono molto, molto contenta. Grazie a D, mia delegata del

Spero di pubblicarlo presto!








Motivazioni della giuria - Per la narrazione in prima persona che prende per mano il lettore proiettandolo in una storia avvincente, che coniuga introspezione e avventura; per il procedere della trama, che si snoda a capitoli alterni raccontando in parallelo le storie delle due protagoniste, fino a quando le loro vicende si intrecciano; per l'originale gioco dei paradigmi olfattivi in cui ogni odore richiama alla mente un particolare sentimento o aspetto della realtà.

Sinossi - Manuela ha 11 anni (e mezzo), è una ragazzina allegra, dinamica e cresciuta in una famiglia serena, i Rossini. Walery ha 13 anni, è taciturna, scontrosa e soffre per la separazione dei suoi genitori. Una partenza e un ritorno dalle vacanze estive nella stessa villetta affittata in Grecia mette in contatto la storia di Manuela con quella di Walery. Nella casa vacanza, Gaia, la nonna di Manuela, sente un insistente profumo di tristezza e coinvolge la nipote alla ricerca della sua origine. Le indagini portano alla luce una fotografia strappata: un piccolo mistero che, una volta svelato, segnerà l'inizio di un'amicizia importante. 

mercoledì 16 settembre 2020

"In attesa degli altri trasmettiamo musica da ballo" a Ruvo di Puglia


Antonino e la famiglia Di Pinto al completo si presentano in una nuova, importante e splendida cornice. ⛪
Vi aspetto giovedì (domani) alle 19 presso il salotto esterno alla boutique Assenzio (Ruvo di Puglia) in compagnia di Mauro Ieva e di Salvatore Marci 💙
Evento in collaborazione con la libreria L'Agorà Bottega delle Nuvole 💭

sabato 4 luglio 2020

Dark


Questo post è riservato ai miei amici nerd e contiene SPOILER su Dark, serie di punta di Netflix, quindi non leggerlo se non vuoi rovinarti le (brutte) sorprese.👺

Dark è un pacco.
La prima stagione mi è piaciuta tantissimo, la seconda avrebbe forse potuto salvarla la terza, che invece è un pasticcio incomprensibile.

I conti non tornano nemmeno col deus ex machina finale: una fantomatica e mai citata terza dimensione, origine del nodo.

Il plot inizia a imbarcare acqua con la chiusa della seconda stagione, nella quale sbuca la Martha con la frangetta della seconda dimensione: una dura con una palletta tecnologica che pare rubata ad Artemis Fowl che niente sa ma che tutto fa. Come ogni personaggio del resto, che se fosse stato semplicemente fermo avrebbe fatto zero danni.

A un certo punto della seconda stagione si scatena un traffico spazio-tempo-dimensionale che è una follia: il ciclo dei 33 anni (che ci stava) va a farsi benedire, tutti i personaggi si spostano dove gli pare (per bloccarsi in un'epoca ad minchiam) senza usare il tunnel del vento nella caverna di Batman. Qualcuno usa le pallette di Fowl, qualcun altro il pallone antimaterico/particella di Dio/buco nero/materia oscura creato da Adam & soci nel passatissimo. Altri il cunicolo/portale che, ora è aperto, ora è chiuso, ora è in costruzione, ora ancora non esiste. Ah, certo: c'è pure un tunnel di luce e stelline (come e chi l'abbia scoperto non c'è dato saperlo) che mescola escamotage già usati, e bene, in Interstellar e in Twin Peaks.

Andando al sodo.
Mikkel figlio di Ulrich e di Katharina finisce nel 1986, cresce, e nel 2019 (dopo aver sposato Hannah, che ha un nome palindromo non a caso, ed essere diventato padre di SiamoFattiPerStareInsiemeJonas) si suicida.
Ora, se uno ti concede per buona sta "leggerezza" che sfancula l'ABC del paradosso una volta, fattela bastare, no? Non è che poi devi/puoi usare lo stesso meccanismo - per raccontare che l'inzio e la fine sono pari e patta - fino a rendere ogni personaggio padre o nonno (o madre e nonna) di se stesso o viceversa.

Non devi/puoi per almeno due motivi:

1. Beautiful lo fa da 30 anni senza ricorrere ai viaggi nel tempo.

2. Quando arrivano nel futuro o nel passato, i personaggi non hanno perso la memoria, per cui perché mai dovrebbero andare a letto (leggi farsi ingravidare o ingravidare) dai loro zii, amici grandi dei loro genitori o nemici?

Prendi Mikkel.
Non ha certo due mesi, e manco due anni, quando si perde nel 1986, Hannah è la madre del suo amico "dammi il pugno" Jonas, e lui se la ricorda bene: ti pare normale che se la sposa e diventa il padre di Jonas? Lui lo chiama Jonas, quindi lo sa chi diventerà.

Con lo stesso pelo sullo stomaco, Elisabeth - che sopravvive all'Apocalisse ma che non cresce nell'inverno nucleare post 2019 perché se ne va nel 1950 o giù di lì insieme a Noah - sposa il "prete" che aveva incontrato da piccola (quello che le dà l'orologio per sua madre e che potrebbe essere il responsabile della scomparsa dei ragazzini) e dà alla luce una bambina: perché cazzo la chiama Charlotte? Perché sa che diventerà sua madre oppure a suo memento? E poi, perché c'è un'altra Elisabeth (che ha la faccia tumefatta e un occhio orbo ma non se ne scopre mai il motivo) nel 2020? E perché questa va nel passato per rapire la piccola Charlotte in compagnia della grande Charlotte? Per portarla dove? Quante minchia di Charlotte servono per farne una buona?

Ma pure Hannah.
Prima non crede ai viaggi nel tempo, poi sì, poi va a trovare Ulrich negli anni Cinquanta, resta incinta di Tiedemann che vuole farla abortire perché è sposato con una tipa che si fa Agnes la sorella di Noah. Allora Hannah, forse battendo i tacchi rossi come Dorothy de Il Mago di Oz, se la fila nel passatissimo con sua figlia Silji (personaggio inutile/indispensabile che nel futuro incontra Jonas e che se ne va in villeggiatura nel passato, sposa Bartosh e dà alla luce Noah e poi muore di parto dando al buio Agnes) per trovare riparo/consolazione/dimora presso il butterato figlio Adam che però l'ammazza.
Perché. Diavolo. L'ammazza.?.

Voglio sprecare ancora qualche parola su Claudia Tiedemann e sul fantomatico Adam che ho sperato fino all'ultimo fosse Bartosh. O qualcun altro. Magari il poliziotto inutile con l'occhio guercio - e senza un braccio nella seconda dimensione - che fino all'ultimo ci piglia per il culo con l'estate delimortaccisua.

A proposito di Claudia.
La madre di Regina ha capito che il fulcro del ginepraio è la centrale nucleare e i rifiuti tossici sepolti e poi disseppelliti dal commissario più inutile della storia delle serie TV, il fratello del vero Alexander Köhler. Meglio non aprire altre parentesi. Bon, senza colpo ferire, Claudia inizia ad andare avanti e indietro nel tempo, va nel futuro, nel passato, poi nella seconda dimensione e ricomincia tutto daccapo: uccide, consegna messaggi sibillini e progetti che confondono chiunque, soprattutto noi, uccide suo padre, spara alla Claudia della seconda dimensione, pedina e stalkera Jonas per essere sicura che il futuro Adam non faccia altre cazzate romantiche, e fa di tutto perché la storia si ripeta identica a se stessa. E poi, ta-dah! Di colpo capisce che il nodo da sciogliere è in una terza fondamentale dimensione, e che impedendo l'incidente - che fa dare di matto l'orologiaio/scienziato matto - Martha (Eva) e Jonas (Adam) non esisteranno più in nessuna dimensione ma almeno salveranno tutti e quattro i Gatti di Vicolo Miracoli della, credo, terza dimensione. Ma come diavolo fa a saperlo considerando che:

A. È morta.

B. Ha fatto di tutto per sopravvivere e perpetrare il ciclo dei 33 anni. Arriva da una quarta dimensione ai confinissimi della realtà?

A proposito di Adam.
Adam, che è Jonas, è nato da un paradosso come la Martha con la frangetta della seconda dimensione. E vabbè.
Già mi costringi ad accettare il fatto che da tenerone che si spezza con un grissino da vecchio si trasformi in un assassino schizzato, ma perché cavolo i viaggi nel tempo butterano solo la sua di faccia?!? Perché gli altri (Claudia e Martha, in primis) non hanno subito gli effetti distruttivi delle radiazioni come il David Robert Jones del (bellissimo) Fringe?

Le cose sono due: o io non ci ho capito una mazza, oppure non c'è niente da capire. Un vero peccato.
Attori, musiche e fotografia bomba, ma per chi ama le storie decisamente non basta.