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lunedì 10 gennaio 2022

Pubblica con noi



“Pubblica con noi” 

“Hai un manoscritto nel cassetto?” 

“Cerchiamo nuovi autori”


Sui social e in rete circolano tantissime grafiche, più o meno accattivanti, che fanno luccicare gli occhi alle/agli esordienti: attenzione! Macchine da scrivere d’antan, piume d’oca intinte in calamai vintage e panorami aspirazionali il più delle volte sono specchietti per allodole.


Ne ho scelto e modificato uno ics per parlare di un concetto semplicissimo: scrivere non è un HOBBY, è un mestiere. Spesso originale, sovra o sottostimato, creativo, marchettaro, modaiolo ma pur sempre un lavoro, e come tale va rispettato, almeno quanto gli altri. Ça va sans dire, si deve ricevere un compenso a fine corsa.


Cosa c’è di tanto tanto sbagliato nelle politiche  aziendali degli editorucoli da strapazzo?


1. Dare per scontato che se una/un esordiente ha un racconto/romanzo/progetto nel cassetto sia disposto a pagare pur di veder pubblicata la sua opera. Scrivere bianco su paesaggio che l’invio e l’eventuale selezione è GRATIS, implica il dato di fatto che QUESTO editore non si fa pagare, ma che la prassi/normalità lo preveda. 


2. Sperare che una/un esordiente “ringrazi e vada avanti” sottoscrivendo un contratto di cessione (talvolta parziale) di diritti d’Autore, ricevendo al posto di un pagamento anche irrisorio ma reale – in genere diritti d’Autore anticipati – uno “sconto Autore” per poter acquistare copie del SUO romanzo/antologia/silloge a un prezzo conveniente. Capite bene che, a conti fatti, la differenza fra queste CE e le EAP è davvero minima. 


3. Approfittare dell’inesperienza delle/degli esordienti, che purtroppo ignorano il passo successivo: una volta pubblicato – magari senza editing e con una copertina pietosa – il loro romanzo/racconto/poesia non sarà pubblicizzato (se non dall’Autrice/Autore sui suoi canali), non sarà distribuito nelle librerie (se non dall’Autrice/Autore nella libreria sotto casa) e, nel caso vendesse qualche copia, l’esordiente non beccherà un centesimo di royalties poiché ha ceduto il suo diritto d'Autore all’editore in compensazione delle spese di produzione supportate da quest'ultimo.


Come dovrebbe andare allora?


Una CE seria legge i manoscritti gratis, sceglie quelli sui quali desidera investire del denaro (perché li ritiene validi o perché pensa possano vendere: fatti suoi), e chiede all’Autrice/Autore di lavorare insieme all’editing finché il romanzo/racconto/poesia non è pronto per andare in stampa e raggiungere le librerie nella tiratura che la CE ritiene proficua. A fine lavori, l’Autrice/Autore riceve un contratto con una scadenza relativamente breve (5 anni sono sufficienti a stabilire se la collaborazione fra le parti ha soddisfatto tutti) e, se non ha ricevuto diritti d’Autore anticipati, aspetta all’incirca un anno per ricevere la rendicontazione delle royalties e fatturare quanto gli spetta. Normalmente dal 6 al 10% sul titolo di copertina. Tasse escluse.


“Non puoi pensare di vivere di editoria in Italia” 

“Di cultura (e di diritti d’Autore) non si campa”

“Devi fare almeno un altro lavoro”

“Ho troppe spese, ti pagherò quando avrò recuperato le uscite”


Se una CE ti dice una qualsiasi fra queste frasi, mollala: pochissimi editori fanno ANCHE un altro lavoro, anche se molti di loro dovrebbero cercarsene uno che non li faccia sembrare magnaccia: chi non ha soldi da investire sull’editoria di qualità e si barcamena spiumando le/gli esordienti dovrebbe chiudere baracca.





mercoledì 29 settembre 2021

La donna-mamma

Non scriverò un post contro le mamme. Io amo le mamme. Mia madre è una mamma! La mia migliore amica è una mamma! Una volta ho fatto un viaggio di cinque giorni con due amiche incinte, su un’isola, e non ne è morta ammazzata nessuna. Sento di poterlo giurare: non sono razzista nei confronti delle mamme. Le frequento. Ci parlo. Le ascolto parlare non stop dei loro figli, di colichette, gengive, mastiti, pianti, diarree e primi passi. Guardo le foto dei loro bambini regalate ai social. Mi piacciono. Alcuni di loro mi chiamano zia, e sono davvero personcine adorabili. Vorrei solo che esistesse una regolamentazione per limitare la saccenteria di molte di queste impavide donne-mamma e il loro impulso – irrefrenabile, talvolta una vera e propria smania – di dover per forza spacciare perle di saggezza mammesca in ogni dove e in ogni contesto possibile: dagli scaffali del supermercato ai blog dedicati, dalla festa di famiglia alla re-union scolastica, dal parrucchiere alla spiaggia; che una mica può passare la vita a far finta di essere sorda. O cretina. Ho l’età che mi merito. Quella in cui, per premiare una pazienza pluridecennale, mi dico che anche basta. Il momento lungo 25 anni in cui chiunque – dalle zie alla cartomante passando per l’estetista e la perfetta sconosciuta – si sente obbligata a “dirti cose” è finalmente finito. Terminato. Scaduto. E invece no. Le considerazioni di alcune donne-mamma si evolvono solo, o meglio, le considerazioni di alcune donne-mamma sono le uniche a evolversi.


– Ti devo dire una cosa bellissima...
– Sei incinta!
– No. Si tratta di lavoro.
– Ah, che peccato. Mi ero illusa. Novità?


– Non mi sento bene.
– Uhm… Non è che…
– No no, ho solo il ciclo. Ogni volta mi devasta.
– Lo sapevi che dopo la prima gravidanza i dolori mestruali svaniscono?
– Anche dopo una bustina di ketoprofene.
– Ora dici così, ma poi quando i figli arrivano… perché prima o poi arrivano, sai?


– Ho saputo che aspetti, che bella notizia.
– Grazieeee! Non sai che gioia, mi sento già diversa, è difficile da spiegare, finché non ti capita non puoi capire…
– L’avete cercato?
– No, ma i figli sono una benedizione di Dio.
– Sono anche una scelta.
– Scommettiamo che la prossima sei tu? Dai, fammi compagnia! Sai che bello essere incinte insieme?


– I figli si devono fare entro i trent’anni, dovresti darti una mossa.
– Sì, boh. Comunque io i trent’anni li ho superati da un pezzo.
– Che c’entra? Tu sei sembri una ragazzina! E poi… sai che tette che ti vengono? Una mia amica, che aveva una seconda scarsa, dopo la gravidanza porta la quarta.
– Una mia amica che era piatta ora ha la quinta, ha fatto una mastoplastica additiva.
– Scema. Ma hai paura del parto? Sì, fa male. Un male atroce, veramente insopportabile. Altro che calcoli renali! Quando è nato il mio ho patito le pene dell’inferno per 16 ore. E pure dopo! Mi sono saltati i punti e ho avuto un’emorragia, un dolore...
– Terrificante.
– Eh, ma poi si dimentica.


Continua qui


martedì 11 maggio 2021

Giornata del Libro e del diritto d'Autore



Qualche tempo fa ho partecipato a un contest di narrativa lanciato da una casa editrice che non conoscevo e che preferisco non citare. Si trattava di una sorta di sfida: creare un racconto brevissimo che fosse efficace/sensato/evocativo con pochissime parole.

Mi è sembrata una cosa divertente, e ho mandato il mio contributo via mail seguendo le istruzioni, ben sapendo che avrei ceduto gratuitamente i diritti d'Autore. Non è una cosa che amo, per niente, ma trattandosi di un collettivo partecipato, ci poteva stare. Tra l'altro il racconto era veramente stringato, praticamente una frase.

Un paio di settimane fa mi è arrivata una mail dall'editore. Una mail generica, senza nome, identica per tutti gli autori. Il mio racconto era stato selezionato e impaginato insieme ad altri 1000, scelto fra oltre 5000 elaborati. L'editore mi chiedeva di controllare eventuali refusi su nome e "operetta", e poi mi comunicava che, nel caso avessi voluto comprare una copia della amena silloge, avrei potuto acquistarla con uno sconto del... 5%. Uao.
Ora. Un conto è cedere i diritti d'Autore in nome di un "gioco" o per il bene della "cultura", un altro sentirsi fieri di sapere che il proprio lavoro sarà venduto (25 euro a copia) a beneficio esclusivo di una casa editrice che non ha le possibilità economiche, dice, di ricompensare gli autori-benefattori di una misera copia omaggio. "Siamo piccoli, non possiamo regalare 1000 copie", mi ha risposto il boss delle torte.
Ovviamente ho chiesto di essere omessa dal volume, e l'editore mi ha assicurato che mi eliminerà dall'impaginato. Per curiosità, sono andata sulla pagina Facebook della CE, e ho scoperto, con infinita tristezza, che sotto il post relativo alla fine delle selezioni e alle modalità di "ricompensa" degli autori ci sono decine di commenti in cui questi ultimi che, felicissimi e increduli, ringraziano l'editore di essere stati inclusi nel volume. Volume di che, di sicuro, compreranno: non la vuoi avere ALMENO una copia del tuo successone letterario per fare la ruota come un pavone?
Spiegatemelo, perché io faccio fatica a capire. Dove sta l'onore dell'editore e degli autori in questo? Se i ricavati della vendita del libro andassero in beneficienza, e non nelle tasche della CE, sarebbe diverso, etico, bello. Ma così, quale prestigio e quale soddisfazione ci sono? Quale maledetto onore c'è?

Il 23 aprile abbiamo celebrato la Giornata del Libro e del diritto d'Autore, e pochi giorni fa è stato il primo maggio: è desolante sapere quanto poco ci sia da festeggiare e quanto ancora da battagliare, difendersi, infuriarsi e svilirsi per la ridicola considerazione del proprio lavoro.

mercoledì 3 giugno 2020

Fase II - Hangover




Ieri a Roma s’è festeggiata la nascita della Repubblica italiana insultandola a suon di vaffanculo.
Si sa come sono le feste: “Vado, bevo una cosa veloce, saluto due amici e torno a casa presto, amore”. Ed è subito sbronza.
Quando sei sbronzo marcio non sei in te.
Invii messaggi sgrammaticati e sibillini all’ex-ex-ex-fidanzata che magari nel frattempo è pure morta. Ma mica l’hai uccisa tu. Forse.
Cammini male e sbatti contro nomi, cose e città.
Ti spogli fregandotene del freddo o del fatto che nudo non sei figo come credi.
Non mangi nulla che non sia fritto, grasso e intriso di colesterolo cattivo.
I ricordi diventano desideri, confondendoti.
Non hai paura della morte. 
Sei Ultraman e non più Medioman.
Bevi di tutto pur di non tornare “normale” che d’un tratto sai che i “normali” sono tristi.
Sì, d’un tratto, sai. Tutto.
Urli fortissimo perlopiù frustrazioni.
Se hai il culo di vomitare non realizzi il culo che hai e ribevi, trattando il tuo stomaco come una pezza da piedi.
“Domani” diventa un giorno lontanissimo.
E chi non è sbronzo con te è uno stronzo. Triste ovviamente. E magari pure schiavo.
Ieri a Roma molta gente s’è sbronzata e ha fatto la cacca nei calici ancora vuoti del resto degli italiani.
Spero che in casa non abbiate limoni, beoni.
Che non diventiate il SUV tamarro che ci investe tutti come birilli mentre facciamo la fila a un metro l’uno dall’altro, con la mascherina e l’amuchina in tasca.
Che quando fra un paio di settimane riguarderete i selfie col barman che vi ha versato da bere vinaccio da due soldi vi salga un rutto acido, vi parta una scoreggia vestita e nella vostra testa si scateni un’emicrania laser di quelle che non vuoi nient’altro che passi: Gesù ti prego.
Nulla esiste il giorno dopo la sbronza.
Nulla è vero.
Nulla conta.
A mandarti a fanculo sono i postumi. Che sono necessari, che devono far male, che ti fanno balbettare “mai più” mentre vomiti l’anima de’ li mortacci tua e svuoti l’intestino pregando per un Imodium che non arriva mai e per una mano sulla fronte che trasuda alcol.
Spero che i postumi arrivino e che facciano male solo a voi.
È tutta salute.

#FestadellaRepubblica2020

venerdì 9 agosto 2019

Black is the new green




Questo post non serve a niente.
Eppure voglio scrivere di Ettore, Vittorio e Anna.
I loro nomi sono altri, ma non ha alcuna importanza.

Ettore, Vittorio e Anna hanno una cosa in comune: non sono completamente italiani, non più.
Hanno smesso di esserlo integralmente perché hanno tutti commesso una serie di gravissimi errori.

Il primo è viaggiare.
Si spostano per necessità, per lavoro, per curiosità. Perché il mondo è immenso, e ignorarlo non va bene a tutti. È proprio durante uno dei loro spostamenti che hanno commesso il secondo imperdonabile sbaglio.

Si sono innamorati.
E non (solo) dei luoghi, degli usi, dei costumi o del salario. Di Kristen, Julia e Igor.
Kristen è del Sudafrica, ha conosciuto Ettore a Johannesburg.
Julia è della California, ma ha vissuto anche a Barcellona ed è proprio lì che ha incontrato Vittorio.
Igor è del Sudan, ma vive nel Belpaese da 25 anni molti dei quali in coppia con Anna.
Kristen, Julia e Igor, allinizio, non avevano granché in comune con Ettore, Vittorio e Anna.
Altro cibo, altra religione, altre tradizioni.
Questi caparbi e incoscienti italiani medi non si sono limitati a vivere “lì” e “allora”.
No no. Hanno scientemente deciso di strafare, prendendo la terza maledetta cantonata.

Sposarsi.
Già. Perché talvolta rendere legale lamore non è solo una scelta consapevole. È necessario. Nel loro caso no, sono convolati a nozze perché è sembrata loro cosa buona e giusta. Onesta.
Ho partecipato al rito civile che ha unito Ettore e Kristen: hanno giurato di amarsi e onorarsi fino allultimo dei loro giorni davanti a un mucchio di parenti, amici e testimoni. In due lingue. Ero una fra i tanti che li guardava con gli occhi lucidi e un sorriso inevitabile sulle labbra, felice per la loro felicità e per quella dei loro genitori.

Non ancora contenti delle varie malefatte, sia Ettore e Kristen che Igor e Anna hanno davvero deciso di esagerare: i primi mettendo al mondo un bambino, i secondi adottandone uno del Burkina Faso. Vittorio e Julia non hanno ancora osato, ma – fino a prova contraria – rappresentano comunque un nucleo famigliare.

Tre coppie, otto persone, tre famiglie.

Vi ricordate di Green card, la pellicola con Gérard Depardieu e Andie MacDowell?
Nel film, Georges, un musicista francese, accetta un impiego negli Stati Uniti e lì incontra Brontë: i due si sposano “per convenienza” (lui ha bisogno della carta di residenza permanente per poter lavorare, mentre lei vuole un appartamento riservato alle coppie sposate) ma poi si innamorano e vivono felici, contenti e americani. Chissà, magari il re di Riace si è lasciato ispirare da Hollywood.

Essendosi invece sposati “per amore”, Kristen, Julia e Igor dovrebbero essere diventati italiani a loro volta, giusto? Sbagliato.
Dimenticatevi Georges, Brontë e gli Stati Uniti (di allora).
Qui siamo in Italia, un paese dove ormai lamore non ammette ignoranza, mentre tutto il resto può osannarla.

Kristen, Julia e Igor hanno un permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo ma non la cittadinanza – significa che possono stare in Italia, che non sono clandestini e che hanno qualche diritto e tanti doveri proprio come tutti gli italiani – ma che se per caso Ettore, Vittorio o Anna dovessero divorziare da loro, o se dovesse succedere loro qualcosa, il permesso da soggiornanti di lungo periodo di Kristen, Julia e Igor andrebbe convertito in permesso di soggiorno di lavoro o di studio. Che comunque non è la cittadinanza e che implica il dato di fatto che abbiano un impiego da almeno cinque anni (no, essere genitore e casalinga/o non è sufficiente) o che siano studenti. In caso contrario, se ne devono tornare “al paese loro” anche se lì, magari, non c’è più (o non c’è mai stato) niente e nessuno ad attenderli.

Con i figli? Non necessariamente.
Potrebbero al contrario essere costretti a lasciarli in Italia con laltro genitore (se campa e se li vuole). O presso una casa famiglia.
Possibile? Fattuale.
Pur essendo diventati mamma e papà nel paese che si riempie la bocca di parole quali famiglia e cristianità e che ringrazia la Madonna e i Santi come rito scaramantico, il Ministero dellInterno, e quindi lo Stato Italiano, non riconosce l’importanza e l’imprescindibilità del legame genitoriale: non essendo diventato il cavallo di battaglia di nessuna forza politica, l’indigesto Ius soli è rimasto in fondo alla lunghissima lista delle cosette da fare per dimostrarci un paese civile.

Perché Kristen, Julia e Igor si sono visti rifiutare la cittadinanza?
Per la lingua. Poco importa che una percentuale imbarazzante di italiani creda che l’analisi grammaticale sia un percorso di descrizione diagnostica che possono permettersi solo i ricchi e che quella logica sia appannaggio dei temibilissimi radical chic.
Le due ragazze non hanno superato il B1 del QCER (test di italiano) mentre Igor ha scioccamente pensato che fornire i suoi attestati lavorativi quale documentazione comprovante (vale a dire centinaia di ore certificate presso la Regione e in innumerevoli corsi presso istituzioni nazionali come il Ministero di Grazia e Giustizia) valesse ben più di un generico test. Della serie: “È il mio mestiere, lo faccio da 25 anni, va da sé che con i miei utenti parlo in italiano, non gesticolo.”
No. Non va da sé manco per niente.

E allora che si fa?
Si potrà sicuramente integrare la richiesta di cittadinanza con i documenti rivisti e corretti per renderla valida al 100%! È il minimo, no?
Infatti no. Non si può.
Se qualcosa non quadra, il diniego arriva e colpisce. Veloce come un dardo velenoso.
Ma si può rifare! Che cazzo.
Certo, occorre ripagare 250 euro + bolli e mica bolli. Bazzecole.
Ah, sì. Si devono anche fornire una serie di documenti di facilissima reperibilità tipo latto di nascita e il certificato penale redatti e bollati dalle autorità del paese dorigine e nei quali si ha soggiornato.
Come? Niente di più agevole.
Andando in TUTTI gli stati in cui si ha vissuto e richiedendoli. Personalmente.
Pazienza se si tratta di paesi che distano fra loro migliaia e migliaia di chilometri con conseguenti spese di viaggio, soggiorno, eccetera nonché giorni e giorni lontani dalla propria famiglia. Che volete che sia se il premio è diventare italiani italiani e non italiani a orologeria?

Questo post non serve a niente.
Neppure per quei miserabili che “Prima gli italiani” perché Ettore, Vittorio e Anna lo erano, italiani. E ora non lo sono più. Hanno smesso di esserlo perché se è mero come è mero che innamorarsi, sposarsi, mettere al mondo dei bambini e amare significa unirsi a qualcuno per sempre, loro avranno sempre il cuore spaccato, lanimo incerto e laspetto infelice. Perché laltra metà della mela, per il nostro governo, è un tarocco.

Moglie e buoi dei paesi tuoi: è lABC.
Hai voluto un matrimonio esotico? Adesso attaccati al tram.
Minare libertà, serenità e amore è un diritto che il mite Ministro dellInterno – last but not least – si è sudato a suon di tweet bestiali. Che la ricerca della felicità sia nazionale, per Dio!

Facciamo, se volete, che questo post serva a qualcosa.
Se conoscete qualcuno che sta subendo la stessa ingiustizia più o meno legalizzata, mettiamoci in contatto. Restiamo umani. Anche se sta diventando uno sport estremo (che non tonifica nemmeno).

lunedì 22 gennaio 2018

La bellezza





È da un po' che penso alla bellezza.

Ci sono momenti in cui faccio davvero fatica a vederla, altri in cui ogni cosa mi sembra grandiosamente illuminata. In quest'ultimo periodo mi sto domandando se, gusto personale a parte, le “opere realizzate a regola d'Arte” siano ben fatte agli occhi dei più o viceversa.

Un'opera ben realizzata – che sia un testo, una fotografia, un disegno, un piatto, un'architettura, una canzone o qualsiasi altra creazione partorita dall'essere umano – è ben realizzata senza tema di smentita, oppure può essere confusa ed equiparata a un facsimile mediocre, raffazzonato, taroccato o addirittura scadente? La differenza è lampante solo agli addetti ai lavori? Ma soprattutto, esistono ancora gli addetti ai lavori?

“La bellezza salverà il mondo.”

Questa massima me l'hanno propinata centinaia di volte. Per incoraggiarmi o per chiudere sul nascere una possibile polemica. Okay. Io ci sto. Sul serio! Se la bellezza, alla fine, ci salverà tutti... a me sta bene, anzi benissimo, anche se mi piacerebbe sapere quando. Ma chi ha l'oneroso compito di proteggerla, la bellezza? E se quello che compriamo, vendiamo, realizziamo o sogniamo non fosse neanche lontanamente paragonabile a qualcosa di bello e noi – ostruiti, disabituati, indolenti, ignoranti o disamorati – avessimo ormai del tutto perso la capacità di riconoscerla, la bellezza?

La strada che abbiamo intrapreso non preannuncia nulla di buono. Se una richiesta economica è fuori budget, il committente sa in partenza – e difficilmente sbaglia – che qualcun altro farà quello stesso lavoro per meno della metà del compenso preventivato dal primo stronzo. E fin qui nulla di nuovo. La novità è che se fino a qualche tempo fa chi anteponeva l'economia alla qualità sapeva perfettamente che il risultato sarebbe stato dozzinale, ora sa solo che ha “fatto goal” e che ha risparmiato un mucchio di soldi, perché non sa più riconoscere la differenza fra un'opera fatta a regola d'Arte e una cagata colossale.

A parità di costo, siamo ancora capaci di scegliere in base alla raffinatezza, alla costruzione, allo stile, alle proprietà e all'armonia oppure un'opzione vale l'altra? Di cosa ci circondiamo quando le cose, ai nostri occhi, si somigliano tutte? Cosa vediamo quando non sappiamo più osservare? Forse dell'altro, ma non bellezza.

venerdì 12 gennaio 2018

Calcutta

"Tutte le strade mi portano alle tue mutande".

Capisci che ormai s'è fatta una certa (età) quando in radio passa Calcutta e tu elimini l'audio rabbrividendo.

mercoledì 13 dicembre 2017

A Natale regalate ombrelli




È passato più di un anno da quando la Meridiano Zero ha pubblicato "Neanche Una Parola D'Amore": non è vero che il tempo vola solo quando ci si diverte.

Se fosse un animale, il giorno in cui un autore pubblica un romanzo al quale ha dedicato mesi (leggi anni) di lavoro sarebbe un cane a tre teste: la prima uggiolerebbe felice, la seconda aspetterebbe uno stinco di maiale leccandosi i baffi e la terza darebbe una musata alla scarpa (già) masticata che qualcuno gli ha lanciato per zittirlo.

Recriminazioni a parte (non dissotterrerò l'ascia di guerra, non dissotterrerò l'ascia di guerra, non dissotterrerò l'ascia di guerra, non dissotterrerò l'ascia di guerra, non dissotterrerò l'ascia di guerra...) sento che devo lasciarmi andare. 

Come posso. 

È un po' che me lo ripeto: "Scrivi il nuovo romanzo che hai in testa prima di rincoglionirti del tutto"; ed è da un po' che mi bi-rispondo: "Perché?" e "Per chi?" Si tratta di obiezioni geyser impossibili da trattenere: l'interrogatorio interiore continua, ma trascriverlo sarebbe un controsenso.

L'agognato passaparola di una volta ora si chiama marketing, e il gradimento popolare algoritmo: è così. Alla faccia di Babbo Natale e dei Pjmasks.

Se (il più delle volte) riesco a rispondere alla prima obiezione ("Perché lo so fare"), difficilmente riesco a rispondere (senza piagnucolare) alla seconda.  D'altra parte "Neanche Una Parola D'Amore" qualcuno l'ha comprato. Non mi è ancora dato quantificare: gli scrittori aspettano i dati di vendita come i morti di fame l'estrazione del lotto.

Ma è sufficiente comprare un libro? Ta-dah. No.

Comprare un titolo di nicchia non aiuta i piccoli e medi editori, tanto meno gli scrittori. E neanche non comprarlo. Il punto è che se non parlate dei libri che comprate alla GENTE, nessuno saprà che leggete, né che avete amato, odiato, abbandonato, spolpato o ridotto a brandelli un libro piuttosto che un altro. La tanto osannata e difesa editoria indipendente ha bisogno di LETTORI non di supporter (qualsiasi cosa siano).

Fate una cosa: il prossimo Natale regalate ombrelli, ché di sicuro quelli verranno aperti almeno una volta.

Ah, auguri.





mercoledì 19 aprile 2017

La Moda di Abbattere

Whomping Willow

Alberi che fanno ombra dove non devono. Che “sporcano” con polline che fa starnutire e non piace manco alle api, con aghi inadatti a cucire i troppi strappi alle regole e con foglie che svolazzano ovunque, senza chiedere il permesso di soggiorno, di poltrone in sofà senza far salotto. Tagliagli la testa. O eliminali. Chi se ne frega se sono più vecchi di me e te messi insieme. A chi importa se sono sopravvissuti a più guerre e a più umanità. Ora insozzano. E il decoro conta. Almeno fino a tre. Un, due, tre... via! Leva tutto. E quegli altri? Sono carichi di fiocchi di processionarie filanti, e quelle bestie fanno schifo. Certo, rispettano il calendario cattolico, ma creano un sacco di problemi. Pensa: anche ai credenti. Quelli che mandano Madonne e Santi per farti gli auguri, trasformando icone sacre in gif, aforismi e altre minchiate. Il malato va aiutato. Curato. Te lo ha insegnato Gesù. No, non ha mai parlato di alberi. Non credo. In effetti, quando un albero si ammala o si riempie di parassiti si dovrebbe potare e disinfestare, per far sì che possa guarire. Ma eliminarlo costa meno! Meno fatica! Meno soldi! Vai sereno. Vai di motosega. Per te sono solo pensieri in meno. Che pensare invecchia. Il paesaggio cambia, si svuota. Il cemento ha la meglio. Ma a chi importa? Anzi, meglio! Un profilo frammentato e sempre diverso, che cresce, che si muove col vento e che sprigiona ossigeno: se anche tu odi una skyline tanto banale non esitare... alza la mano e scaglia la prima ascia. Che il primo colpo non si scorda mai. Colpisci in basso, in alto, sulla corteccia o su un ramo. Tanto deve sparire tutto. In fiamme, magari. Così le uniche tracce che lascia quell'immondizia vivente se la porta il Maestrale. Si chiama natura morta, in fin dei conti. E allora morisse! Divertiti. Allenati. Che chi è capace di abbattere un albero è imbattibile. Il verde è composto di giallo e blu. Di sole e cielo. Noi di verde abbiamo solo la bile. A volte un soprabito. Il verde ci fa schifo. Per questo lo sporchiamo, tagliamo, neghiamo, insultiamo. Perché è contro la nostra natura. E poi non ci può denunciare. Anzi, più infieriamo più se ne sta zitto. Capace che gli piace pure.

martedì 14 febbraio 2017

Grosse, virali e feroci

Si sparano grosse e
ne sparano in tanti,
non dal didietro
ma dal davanti.

Più sono grosse
più son veloci,
se sono virali
sono anche feroci.


lunedì 6 febbraio 2017

L'ingrediente principale

Sento e ascolto.
Ma alla fine mi interessa solo l'ingrediente principale.
E se non c'è, che noia.





lunedì 29 agosto 2016

Sciemochinonlegge


 
"Biblios" Guy Laramée's Art
Quando non sai, leggi. I libretti di istruzioni per non arrabbiarti. I romanzi contro la depressione. I saggi contro gli idioti. Chi legge impara. E poi magari scorda, ma sa dove ricercare i ricordi. Chi va col lettore impara le sue letture. Chi va con lo zoppo, forse, a zoppicare. Chi legge sa che non sa niente, ma prova a rimediare, e quando fallisce ricomincia. Chi legge è una mosca bianca, ma non cieca. Chi non legge sa che sa più degli altri. O che sa quel che basta. Chi legge usa gli occhiali per vedere da vicino, non per vedere il suo vicino. Se leggi non guardi e basta. Se leggi ti immergi. Se leggi non ingolli le parole degli altri, le assapori sperando di soddisfare il tuo palato. Chi legge a voce alta legge per gli altri. Chi legge a voce bassa legge per memorizzare. Chi legge e basta è altrove. Se divori le pagine puoi saltare il pranzo ma non la cena. Se trattieni il fiato fino al finale probabilmente hai le branchie. Chi legge sa diventare un altro uomo o un'altra donna, almeno per un po'. Se leggi un apostrofo sai leggere un accento. Chi legge fa shopping per lo più in libreria. Se leggi ami la punteggiatura e detesti le chat. Se leggi pensi che tutti leggano. Chi legge perché deve studiare non legge altro, ma spesso, chi studia legge tanto altro. Chi legge è scemo. Chi non legge è sciemo.