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lunedì 27 dicembre 2021

"14" su L'Edicola del Sud



Una catena di eventi fortuiti e piccole coincidenze influenzeranno in modo imprevedibile la vita di due adolescenti. Sarà presentato domani, a partire dalle 10.30 nella sala della bifora di Bisceglie, l’ultimo romanzo della scrittrice Malusa Kosgran. L’evento è promosso dalla libreria Prendi Luna book & more in collaborazione con Zona Effe. L’autrice, nata a Milano ma biscegliese d’origine, ha già all’attivo tre romanzi, albi illustrati, graphic novel e tantissimi fumetti. Un turbinio di creatività. La sua ultima fatica “14” (Lapis Edizioni).

Ce ne può parlare?

14” è nato un paio di anni fa. Ho affinato la prima bozza durante uno dei momenti di chiusura legati alla pandemia, però una prima e grossolana stesura giaceva da mesi in una cartella sul mio computer. A mio parere, l’ispirazione è una lampadina accesa da salvaguardare con cura per evitare che si fulmini: non è sufficiente avere una buona idea, occorre tempo, pazienza e tanto lavoro per far sì che un soggetto interessante possa diventare un romanzo solido. L’impulso a riprenderlo è stato il Premio Giana Anguissola 2020, un concorso letterario incentrato sulla narrativa per ragazzi. Allora, il mio manoscritto si chiamava “11” e si piazzò secondo. L’importante riconoscimento mi ha spinta a proporlo a una casa editrice romana che seguo e stimo da tempo, la Lapis Edizioni: all’editrice, Rosaria Punzi, è piaciuto e mi ha affiancato un’eccezionale editor ed autrice, Luisa Mattia, che mi ha dato preziosi consigli per far sì che “11” crescesse. Di fatti, è cresciuto, a cominciare dal titolo.

Lei è anche illustratrice e sceneggiatrice per fumetti, in che modo queste sue passioni si riflettono nella scrittura?

La Scuola di fumetto di via Savona a Milano e l’Accademia Disney, insieme agli insegnanti e agli professionisti che ho avuto l’onore di incontrare, sono una parte fondamentale del mio percorso autoriale. Col tempo, addentrandomi nel mondo dell’editoria, la passione e la vena creativa che da sempre mi spronano a continuare a scrivere e a disegnare, si sono affinate: possedere un talento grezzo è sicuramente un grande dono, ma occorrono impegno e umiltà per non accontentarsi e svilupparlo. Sceneggiare un fumetto significa raccontarlo con dovizia di particolari – vignetta per vignetta e dialogo per dialogo – in modo che il disegnatore che riceve la storia possa trasporla graficamente. Nel mio caso, descrivere le azioni e metterle per iscritto mi ha dato la possibilità di vedere quello che scrivevo e di liberare le storie che vivevano nella mia testa. È stato importante perché mi ha aiutata a creare situazioni e personaggi plausibili nei quali ci si può immedesimare con facilità.

Quando ha capito che voleva diventare una scrittrice?

Non credo di averlo mai deciso, in effetti. Scrivo da sempre, anche da ragazzina mi dilettavo riempiendo pagine su pagine di carta. Ricordo che insistevo calcando l’inchiostro per far sì che che pagine scricchiolassero/suonassero girandole. Quando appena diciottenne mi trasferii a Milano volevo disegnare fumetti, ignoravo che sceneggiarli fosse un mestiere, e che fosse così tanto creativo. Una delle mie insegnanti, Laura Scarpa, un’autrice incredibile, mi spinse a scrivere un soggetto per partecipare al primo corso di scrittura creativa targato Disney. Mi disse che sapevo scrivere e che conoscevo quel mondo, seppur da lettrice, per cui non provarci sarebbe stato sciocco. Le diedi retta e scrissi una storia con la strega Amelia e il corvo Gennarino. A mano, non avevo nemmeno una macchina da scrivere. Alessandro Sisti mi scelse insieme ad altri nove candidati sparpagliati in tutta Italia, trasformandomi in una sceneggiatrice Disney. Ricordo che mi disse: “Hai le idee ma ti manca la tecnica, per fortuna quella posso insegnartela io”. Immagino che sia stato uno dei bivi importanti della mia vita.

Quanto deve la sua formazione culturale alla Puglia?

C’è chi sostiene che la Puglia sia uno stato d’animo, penso sia vero. Sono tornata a vivere a Bisceglie nel 2013, dopo oltre vent’anni trascorsi a Milano. Nonostante la distanza e gli impegni, non ho mai lasciato passare più di un mese “lontana da casa”. La Puglia non mi ha formata dal punto di vista culturale, ma mi ha letteralmente forgiato il cuore. Ho scritto due romanzi che la omaggiano, l’ultimo “In attesa degli altri trasmettiamo musica da ballo” è stato pubblicato nel 2019, e ne ho un quarto ancora inedito che vede Bisceglie nuovamente protagonista. Lasciare la Puglia è stato fondamentale tanto quanto, a un certo punto, tornare da lei.




martedì 11 maggio 2021

Giornata del Libro e del diritto d'Autore



Qualche tempo fa ho partecipato a un contest di narrativa lanciato da una casa editrice che non conoscevo e che preferisco non citare. Si trattava di una sorta di sfida: creare un racconto brevissimo che fosse efficace/sensato/evocativo con pochissime parole.

Mi è sembrata una cosa divertente, e ho mandato il mio contributo via mail seguendo le istruzioni, ben sapendo che avrei ceduto gratuitamente i diritti d'Autore. Non è una cosa che amo, per niente, ma trattandosi di un collettivo partecipato, ci poteva stare. Tra l'altro il racconto era veramente stringato, praticamente una frase.

Un paio di settimane fa mi è arrivata una mail dall'editore. Una mail generica, senza nome, identica per tutti gli autori. Il mio racconto era stato selezionato e impaginato insieme ad altri 1000, scelto fra oltre 5000 elaborati. L'editore mi chiedeva di controllare eventuali refusi su nome e "operetta", e poi mi comunicava che, nel caso avessi voluto comprare una copia della amena silloge, avrei potuto acquistarla con uno sconto del... 5%. Uao.
Ora. Un conto è cedere i diritti d'Autore in nome di un "gioco" o per il bene della "cultura", un altro sentirsi fieri di sapere che il proprio lavoro sarà venduto (25 euro a copia) a beneficio esclusivo di una casa editrice che non ha le possibilità economiche, dice, di ricompensare gli autori-benefattori di una misera copia omaggio. "Siamo piccoli, non possiamo regalare 1000 copie", mi ha risposto il boss delle torte.
Ovviamente ho chiesto di essere omessa dal volume, e l'editore mi ha assicurato che mi eliminerà dall'impaginato. Per curiosità, sono andata sulla pagina Facebook della CE, e ho scoperto, con infinita tristezza, che sotto il post relativo alla fine delle selezioni e alle modalità di "ricompensa" degli autori ci sono decine di commenti in cui questi ultimi che, felicissimi e increduli, ringraziano l'editore di essere stati inclusi nel volume. Volume di che, di sicuro, compreranno: non la vuoi avere ALMENO una copia del tuo successone letterario per fare la ruota come un pavone?
Spiegatemelo, perché io faccio fatica a capire. Dove sta l'onore dell'editore e degli autori in questo? Se i ricavati della vendita del libro andassero in beneficienza, e non nelle tasche della CE, sarebbe diverso, etico, bello. Ma così, quale prestigio e quale soddisfazione ci sono? Quale maledetto onore c'è?

Il 23 aprile abbiamo celebrato la Giornata del Libro e del diritto d'Autore, e pochi giorni fa è stato il primo maggio: è desolante sapere quanto poco ci sia da festeggiare e quanto ancora da battagliare, difendersi, infuriarsi e svilirsi per la ridicola considerazione del proprio lavoro.

lunedì 18 gennaio 2021

"Vardø Dopo la tempesta": intervista a Laura Prandino

Laura Prandino ha tradotto per Neri Pozza Editore un romanzo potente e doloroso, Vardø Dopo la tempesta, della scrittrice inglese Kiran Millwood Hargrave. Secondo il Publisher Weekly, il romanzo della Millwood – che trae ispirazione dai processi alle streghe nel Finnmark del 1620 – «getta luce su uno spaventoso spaccato di storia, raccontando la brutale sottomissione delle donne, la superstizione che aleggia nei luoghi isolati e le atrocità compiute in nome della religione». Sono rimasta estremamente affascinata dall’eleganza del testo: nonostante un intreccio ricco di situazioni a tratti scabrose, spesso estreme e sempre aliene alla nostra cultura e al nostro retaggio, la prosa non trascende mai, piuttosto irretisce e “strega” il lettore senza concedergli pause, se non per un sospiro, difficilmente di sollievo. Ho contattato Laura non appena ho terminato la lettura di Vardø Dopo la tempesta per farle i miei complimenti: credo che, in generale, il lavoro di traduzione sia immensamente complesso, non solo perché richiede la padronanza completa di un’altra lingua, ma perché, quando è così ben gestito, contribuisce alla riuscita di un testo e alla sua comprensione più sottile, sfiorando il ruolo dell’autore senza prevaricarlo mai.



MK: Che rapporto hai con la Millwood? Vi siete confrontate durante la traduzione del suo romanzo oppure ti sei interfacciata solo con la redazione della casa editrice italiana?

LAURA: Non conosco di persona la Millwood e non mi sono mai messa in contatto con lei durante il lavoro, anche se mi ero procurata i suoi contatti casomai ne avessi avuto bisogno. Se possibile, e a parte qualche raro caso, preferisco non avere scambi diretti con gli autori, tranne quando trovo magari un’incongruenza da correggere, un errore fattuale, o comunque qualche motivo molto specifico per cui è necessario un confronto diretto prima di decidere come intervenire. In questo caso non ce n’è stato bisogno. Sono dell’opinione (personalissima, altri traduttori preferiscono comunicare anche con gli autori) che il mio lavoro sia legato esclusivamente a ciò che l’opera dice o non dice, al testo in sé più che al suo autore, e che il mio rapporto con il romanzo dovrebbe essere quanto più vicino possibile a quello che ha un lettore. Contattare l’autore lo trovo sempre vagamente imbarazzante, mi sembra un po’ come dirgli: «Guarda, qui non ti sei spiegato bene, non si capisce cosa vuoi dire, chiarisci meglio». È lo stesso motivo che mi porta ad affrontare la traduzione senza aver prima letto per intero il libro, perché vorrei che il mio atteggiamento nei confronti del testo fosse quello di un lettore (un lettore molto pignolo) che lo affronta per la prima volta, senza sapere cosa viene dopo. Certo, nelle fasi successive dovrò tornare indietro se e dove necessario, rileggere e rimodulare certi passaggi in base a quello che scopro procedendo nel lavoro (ci sono magari espressioni che vanno tradotte in un certo modo perché in un passo successivo vengono riprese con uno scopo particolare, personaggi e situazioni che vanno descritti con certi termini e non altri in funzione degli sviluppi del racconto), ma spero di conservare così la freschezza dello sguardo di chi “scopre” la storia mentre la legge.

MK: Pensi che l’affinità fra chi scrive e chi traduce cresca con il tempo oppure l’empatia è una sorta di colpo di fulmine? Ti è mai capitato di lavorare su testi lontani dai tuoi gusti letterari? Quant’è rilevante per te essere in sintonia con la poetica di un autore o di un’autrice?

LAURA: Direi che all’inizio della carriera l’empatia con l’autore è molto importante, si cerca se possibile di tradurre quello che si vorrebbe leggere. Quindi si evita di tradurre, per esempio, la fantascienza se non si legge fantascienza, o il romanzo storico se è un genere che non si ama: si cerca cioè un tipo di scrittura che ci somigli in qualche modo. Ma con l’andare del tempo e con l’affinarsi degli strumenti di lavoro si comincia ad apprezzare anche la sfida, la possibilità di mettersi alla prova su testi diversi da quelli che avremmo scelto come lettori. E allora il discrimine diventa piuttosto la “buona” scrittura. Per quanto possa essere impegnativo o lontano dai nostri interessi o addirittura dalle nostre convinzioni etiche e/o politiche, diventa più soddisfacente tradurre un libro scritto “bene” (inteso come livello stilistico, tenuta e costruzione della storia, musicalità del testo, capacità di attirarci nel proprio mondo), nonostante la storia in sé o le sue implicazioni non abbiano alcuna affinità con noi. Anche per questo non mi sono mai soffermata su qualche genere particolare; quello che mi soddisfa come traduttore è un libro che abbia la forza necessaria per essere lui a guidare la traduzione, che abbia una “sua” voce che sta a me scoprire e rendere al meglio possibile in italiano.

MK: In Vardø Dopo la tempesta non ci sono ripetizioni, c’è un sapiente uso del linguaggio, della sintassi e dei sinonimi, e nonostante i tanti termini volutamente non tradotti dal norvegese, il testo risulta sempre ben comprensibile pur con pochissime note a piè di pagina: quanto margine ha, rispetto al testo originale, chi traduce un romanzo?

LAURA: Vardø ha una sua voce ben distinta, una sua costruzione salda e una sua armonia interna, che hanno reso molto più semplice il mio lavoro. Certe traduzioni cedono a volte alla tentazione di voler spiegare più del dovuto, di aggiungere un livello quasi didascalico a favore di un lettore italiano ritenuto forse pigro, se non peggio. Per quanto mi riguarda – e per fortuna questo vale anche per le redazioni e i revisori con cui lavoro di solito – ho una profonda stima di chi legge, e sono convinta che se l’autore non ha ritenuto di dover tradurre o spiegare ulteriormente termini o concetti che anche per i “suoi” lettori sono ostici, o in un’altra lingua, non vedo perché io dovrei avere minore considerazione per i lettori italiani. È uno degli aspetti dei libri scritti “bene” di cui parlavo prima: non c’è bisogno di aggiungere o spiegare, il testo si spiega e si regge da sé. Altro elemento molto importante e spesso trascurato del lavoro di traduzione è il prezioso contributo di un revisore attento e capace, che rileggendo la traduzione con sguardo “fresco” è in grado di scovare eventuali magagne, ripetizioni, inciampi sintattici che inevitabilmente sfuggono lavorando a lungo su un testo. Quando poi, come in questo caso, a occuparsi della revisione è una bravissima professionista con cui ho già collaborato altre volte, ci sono anche fruttuosi momenti di confronto in cui si studia insieme come risolvere un giro di frase particolarmente complesso da rendere in italiano, o quale soluzione è più adatto a conservare un’ambiguità presente nell’originale. Lavorare con un buon revisore e con una buona redazione alle spalle è sempre un valore aggiunto di grande importanza.

MK: Quanto tempo ci hai impiagato a tradurre Vardø Dopo la tempesta? Quante le revisioni e le riletture? Lavori da sola o ti avvali di qualche collaboratore?

LAURA: Diciamo quattro mesi circa per la traduzione, e poi un’altra quindicina di giorni di lavoro con la revisora. D’abitudine preferisco lavorare da sola, sia per la traduzione sia per le ricerche (terminologiche, storiche, geografiche, ecc.) che accompagnano ogni traduzione. Qualche volta ho lavorato anche a quattro mani con una collega, ma in generale preferisco tradurre da sola. Mentre invece è altamente apprezzato il successivo contributo del buon revisore di cui si parlava prima, la cui dote migliore è la capacità di intervenire se e dove necessario, ma senza stravolgere l’impianto del lavoro di traduzione e meno che mai la “voce dell’originale: praticamente un doppio salto mortale. I passaggi di lavorazione sono più o meno questi: traduzione dell’intero romanzo in una prima stesura durante la quale cerco di risolvere fin da subito eventuali dubbi o ricerche storiche, terminologiche, ecc. O almeno questo è il mio modo di lavorare: so che altri colleghi preferiscono invece fare una prima versione di getto più “grezza”, lasciando in sospeso i vari dubbi per tornarci sopra in seguito; ognuno ha il proprio sistema di lavoro preferito. Poi rilettura con testo originale a fronte, per correggere eventuali errori, passaggi “saltati” (è facile perdersi per strada qualche frase o qualche dialogo), ripetizioni o errori marchiani di interpretazione che possono sempre sfuggire per disattenzione o stanchezza (ricordo di aver passato una buona mezz’ora a chiedermi cosa c’entrava a un certo punto una vedova – widow – che pareva uscita dal nulla, solo per rendermi conto dopo aver riletto non so quante volte la stessa frase che era invece una banalissima finestra – window – , tanto per fare un esempio cretino), limatura di frasi un po’ zoppicanti o troppo contorte. Quindi una nuova rilettura del solo italiano, per verificare che il tutto “scorra” bene (o risulti invece disturbante se così è in originale: c’è sempre il rischio di normalizzare quello che per scelta dell’autore non vuole e non deve essere normale), che non ci siano calchi sintattici, costruzioni troppo legate alla struttura dell’inglese ma poco naturali in italiano (esempio banale, tanto per rendere l’idea: dove in inglese si dice “il mio nome è X”, un italiano direbbe normalmente “mi chiamo X”) e soprattutto che descrizioni, dialoghi, personaggi riescano a evocare in italiano le stesse atmosfere dell’originale. A questo punto il tutto passa al revisore, che a sua volta legge e verifica la corrispondenza con l’originale, segnala eventuali errori e incongruenze sui quali ci si confronta e si decide la soluzione più opportuna, caso per caso, quindi vengono inserite le correzioni e modifiche concordate, e c’è una nuova rilettura sul testo impaginato, per “scovare” eventuali refusi o ulteriori magagne (correggere una parola significa spesso dover ricostruire una frase perché se ne modifica l’equilibrio, o rintracciare le altre occorrenze di quel termine/frase nel resto del libro e correggere di conseguenza, oppure si decide che va cambiato un tempo verbale e allora vanno verificate tutte le concordanze: un lavoro abbastanza certosino di coerenza interna). Poi il tutto viene impaginato e nuovamente riletto.

MK: Rispetto a chi scrive, chi traduce passa perlopiù inosservato, fatta eccezione per gli addetti ai lavori, seppur con preziose eccezioni: personalmente sono convinta che una buona traduzione sia la sola chance di successo per un libro straniero. Ti è mai capitato di leggere un ottimo libro nella sua versione originale e di detestarlo leggendone poi la sua trasposizione in italiano?

LAURA: Mi succede piuttosto il contrario, che è anche la maledizione del traduttore: difficile godersi la lettura di un libro tradotto senza “cercare” in trasparenza l’originale che c’è dietro. Mi è perciò capitato di iniziare a leggere (difficilmente riesco a finirli) alcuni libri che trovavo sintatticamente faticosi, oppure con un italiano piatto e noioso, magari di autori celebrati all’estero, per poi scoprire che la lingua originale era tutt’altro che banale. Oppure, di fronte a frasi che in italiano mi risultano faticose da leggere, mi sorprendo a chiedermi se lo fossero anche in originale. Oltre alla dimestichezza con entrambe le lingue di lavoro (e quindi con le espressioni idiomatiche, i riferimenti culturali, l’immaginario di ciascuna cultura) per un traduttore è necessaria una capacità di scrittura che vada oltre la “tecnica” pura e semplice, e che gli permetta non solo di interpretare al meglio la voce dell’autore, ma anche di non sovrapporle la propria. Sono in pratica le stesse qualità richieste a un buon interprete musicale: saper interpretare al meglio della propria personalità lo spartito, sfruttando tutte le capacità dello strumento e le proprie, ma rispettando sempre la composizione originale.

MK: Avere la possibilità di leggere in più lingue lo stesso testo e di amarlo in più versioni è una grande fortuna per i madrelingua e un enorme traguardo per chi ha scelto e imparato ad amare una seconda lingua: tu leggi più originali o traduzioni?

LAURA: Direi un salomonico metà e metà. Leggo ovviamente in traduzione la marea di libri scritti in lingue che non conosco (vale a dire buona parte della letteratura mondiale). Leggo traduzioni di colleghi che stimo perché mi fido del loro lavoro, perché mi incantano certe loro soluzioni, perché mi offrono stimoli e mi aiutano ad affinare i miei strumenti di lavoro. Leggo in originale, più che altro in inglese, per sentire le diverse voci dei vari autori e apprezzare i loro strumenti espressivi, e amo particolarmente quelli che fanno un uso creativo della lingua o per i quali l’inglese non è la lingua madre o l’unica lingua, perché mi sembra che riescano a sfruttarne ancora di più le potenzialità. Conosco abbastanza bene lo spagnolo e molto meno il francese, ma sinceramente nessuna delle due al punto di potermi godere appieno le finezze di stile, quindi preferisco se possibile leggere in (buone) traduzioni, salvo andare poi a spulciare gli originali se e quando qualcosa non mi convince...

MK: Se potessi scegliere un autore o un’autrice – anche pescando fra personalità letterarie del passato – chi ti piacerebbe tradurre o ritradurre? C’è un testo che ami particolarmente?

LAURA: Amo i classici come lettrice ma non li vorrei tradurre o ritradurre. Mi mettono un po’ in soggezione e richiedono una grande lavoro di preparazione contestuale: mi mancherebbe inoltre quell’aspetto di “scoperta” di un testo che per me è importante. Preferisco quindi dedicarmi ad altro. Mi diverte molto tradurre testi ironici o umoristici perché lì, oltre alle normali sfide della traduzione, bisogna riuscire a far scattare l’umorismo anche in italiano, impresa non sempre facile. Mi sono molto divertita a tradurre Gerald Durrell (Il giardino degli dei) e, per farlo, a rileggere con grande attenzione La mia famiglia e altri animali nella vecchia ma sempre piacevole traduzione di Adriana Motti. Ma in generale preferisco affrontare ogni volta qualcosa di nuovo, di diverso e magari di inaspettato. La traduzione mi ha permesso di scoprire autori che forse non avrei mai letto, alcuni li ho “sopportati” e altri li ho amati molto, e queste scoperte sono in fondo uno dei lati migliori del lavoro.

sabato 31 ottobre 2020

La regina di Halloween


C'era una volta un re, diranno i miei piccoli lettori. No, c'era una volta una regina, ed era nera e famelica, anche all'inizio di questa storia.

Prima di diventare regina si chiamava semplicemente Pece ed era una volpina talmente minuscola che doveva fare attenzione ai falchetti che spesso e volentieri la scambiavano per un succulento leprotto nero. Ma gli uccelli rapaci non erano i soli ad avere le idee confuse sulla volpina, e tutti i predatori se la volevano pappare.

In città non ci sono falchetti o altri predatori, direte voi. Esatto, ma Pece viveva in campagna con una famiglia umana che le voleva bene e Petrus, un meticcio gigante, con le orecchie da pipistrello e un olfatto da segugio. In campagna si sa, ci sono falchi, serpentelli, faine e ratti. E i ratti non sentono ragioni. 

Qualche tempo prima, il fattore della campagna vicina aveva sparpagliato golose bustine azzurre negli anfratti della sua proprietà. Quei sacchettini misteriosi profumavano di emmental e camembert, di taleggio e di mascarpone, di parmigiano e scamorza: era impossibile resistergli. Il re e la regina dei ratti non potevano sapere che quei fagottini odorosi erano anche velenosi, e ne portarono una grande scorta nelle infinite dispense dei topi i quali ne mangiarono e ne morirono in grande numero, reali inclusi.

- Abbiamo subito bisogno di una nuova regnante - disse un giorno il governatore dei ratti che non era mai stato bravo a dare ordini.

- Perché? - gli chiesero. 

- Perché domani è Halloween e le vie della città saranno piene di dolcetti cascati in terra, di carte di caramelle farcite di granelli di zucchero, di scaglie di cioccolata al latte e di torroncini sbriciolati: ci serve qualcuno che coordini i turni, che decida come allestire la dispensa e che punisca gli avidi. Era capitato, infatti, che alcuni ratti rubacchiassero per loro stessi invece che per la comunità. Pazzesco.

- E dove la troviamo una nuova regina? - chiesero i topi al governatore.

- Lo vedrete! - rise il rattone.

Fu così che i topi rapirono Pece, e lo fecero in modo talmente fulmineo, silenzioso e professionale che nemmeno il super udito di Petrus li sentì quando zampettarono dentro casa dalla finestra, innalzarono la volpina addormentata e se la portarono via, sparendo nei meandri del loro mondo sotterraneo.

Quando si svegliò, Pece non poteva credere di essere stata rapita dai topi: non si era mai accorta di avere il sonno così pesante! Era arrabbiata, certo, ma era anche stata eletta regina, e quale femmina non sogna di diventare reginetta? Pece no di certo, ma sapeva che i ratti avrebbero creduto a quella sciocchezza. Sì, i ratti credono a ogni fandonia, non lo sapevi? La volpina ne avrebbe approfittato per escogitare un piano di fuga, e pazienza se ci avrebbe messo del tempo. In realtà, dopo mezza giornata passata nel sottosuolo, Pece aveva già perso la pazienza: là sotto era una vera noia. La volpina aveva bisogno del sole, aveva nostalgia delle lucertole che inseguiva, voleva correre e scavare, aveva sete e fame... dare ordini era stato impegnativo, i ratti se ne erano andati in città e il suo stomaco gorgogliava. Avrebbe forse dovuto mangiarsi un topolino? 

Chissà che sapore hanno, si chiese leccandosi i baffetti.

Nel frattempo, Petrus, il cane color crema, cercava la sua amica di scorribande e leccatine: senza Pece, dare la caccia alle serpi e terrorizzare le tortore era molto meno divertente. E così, senza perdersi in ulteriori annusate, Petrus iniziò a scavare. Scelse un punto qualsiasi perché l'odore della volpina era su tutti i cespugli, sulle ruote del trattore e delle biciclette e fra i gerani in fiore: Pece faceva la pipì proprio dappertutto!

Il cane dalle enormi orecchie appuntite si diede da fare per tutto il giorno, e quando il sole tramontò e la luna fu alta nel cielo aveva scavato un tunnel di oltre cento metri. A un certo punto, quando iniziava a temere di essersi perso, il terreno sotto le sue zampe da cervo crollò e si ritrovò nel covo dei ratti, proprio davanti al trono reale.

- Petrus! - abbaiò Pece. - Come hai fatto a trovarmi? 

- Ho scavato.

- Avrai fame. Posso offrirti un topo? Ci sono solo i piccoli, i grandi sono via per lavoro.

- Io mangio solo croccantini inumiditi con quattro cucchiai di paté di carne, ma non di ratto, credo. I topi mi fanno schifo perché portano le malattie.

- Davvero? Io ne ho mangiati tre, dici che mi sono presa qualcosa?

- E che ne so? Io scavo, non sono un dottore di cani.

Pece e Petrus ritornarono in superficie proprio mentre i ratti tornavano dalla loro razzia cittadina: ogni topo aveva in testa o sul groppino una caramella, un candito o un cioccolatino; quegli ingordi avevano di che rimpinzarsi per molte lune.

- Me ne vado. Il sottosuolo non fa per me e poi il mio amico mi ha detto che mangiarvi è pericoloso - disse loro Pece.

- Hai mangiato qualcuno di noi? - si spaventò il governatore.

- Sì, tre topini piccoli e succosi.

- Sei la regina peggiore del mondo! - urlarono i ratti in coro.

- Siete voi che l'avete eletta - si intromise Petrus. - I cani non dovrebbero comandare i topi. Il nuovo re potresti essere tu - disse infine e al governatore.

I ratti capirono che il cane color crema era più saggio di quello che pensavano e fecero sedere il governatore sul trono reale.

- Permettetemi di omaggiarvi con una fetta di torta al cioccolato - disse il nuovo re a Pece.

- Lo zucchero e il cioccolato sono veleno per noi, potremmo morirne - disse la volpina assottigliando i suoi occhietti sospettosi. Scommetto che lo sapevi benissimo pensò fra sé e sé.

L'indomani, durante la passeggiata mattutina fra i cavoli e le cipolle, Petrus sgridò Pece.

- Non credo sia stata una buona idea mangiarti il nuovo re dei ratti.

- Il saggio sei tu, non io.

- Hai mal di pancia?

- Per niente. E nemmeno un po' di vomitino.

- Vorrà dire che assaggerò un topo anch'io: è proprio vero che nella vita non si finisce mai di imparare.




giovedì 7 novembre 2019

La prima donna_booktrailer

Un romanzo di Malusa Kosgran per Morellini Editore

Un conto alla rovescia verso il futuro e verso un inizio che comincia dalla fine di qualcos’altro, di qualcun altro. Durante l’operazione che la consacra come la donna che, dentro di sé, sa di essere sempre stata, Gabry fantastica con la stessa intensità di quando tutti la chiamavano Gabriele: un bambino troppo timoroso e spaventato per capacitarsi della propria diversità e per accettare lo spirito libero e anticonformista di Enrico, il suo migliore amico.Ambientato in più paesi del sud Italia dagli anni Ottanta al 2010, La prima donna racconta difficoltà, asprezze e traguardi che toccano in sorte a chi decide di onorare la propria identità di genere. Imparare a perdonare e a perdonarsi, riuscendo a cambiare il finale agli incubi che ci perseguitano non è impossibile, se Wonder Woman ti prende per mano.

★ Info: https://www.morellinieditore.it/scheda-libro/malusa-kosgran/la-prima-donna-9788862987103-579328.html